Come un esodo verso gli abbandonati

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Come un esodo verso gli abbandonati
Morale e compassione in Alfonso Maria de’ Liguori

di SABATINO MAJORANO

Quest’anno la memoria liturgica di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, fondatore dei redentoristi e dottore della Chiesa, acquista un particolare significato. Il 16 settembre di 200 anni fa, infatti, Pio VII lo proclamava beato, proponendolo al popolo di Dio come modello e maestro di santità. In realtà, come ha scritto san Giovanni Paolo II in Spiritus Domini, quella che Alfonso propone «è una spiritualità di popolo», radicata nella certezza che «tutti sono chiamati alla santità, ognuno nel proprio stato» e consistente «essenzialmente nell’amore di Dio, che trova il suo culmine e la sua perfezione nell’uniformità alla volontà di Dio: non di un Dio astratto, ma di un Dio padre degli uomini: il Dio della “salvezza”, che si manifesta in Gesù Cristo». Don Giuseppe de Luca poteva perciò scrivere che la grandezza di sant’Alfonso sta nel fatto che «ha suggerito al popolo i termini più alti nelle formole più umili, gli affetti più estatici nei vocaboli più quotidiani. Ha creato, nei semplici, un cuore di santi e grandi santi».

Proprio per il suo carattere non accademico ma pastorale e per il suo radicamento e respiro popolare, la proposta alfonsiana non può non risentire della realtà ecclesiale e socio-religiosa del Settecento, con le sue luci e le sue ombre. Nelle sue intuizioni e prospettive fondamentali conserva però una stimolante attualità, che è possibile vedere riassunta nel fondamentale impegno missionario che egli affida alla comunità redentorista da lui fondata: portare ai poveri la copiosa redemptio .

Tutta la vita cristiana va compresa e plasmata alla luce dell’anticipo misericordioso di amore che il Padre ci dona in Cristo per mezzo dello Spirito. Per sant’Alfonso è proprio la memoria di questo anticipo, costantemente rinnovata nella preghiera e nella contemplazione amorosa del Crocifisso, che permette di trasformare la realtà quotidiana in gioiosa e generosa pratica di amar Gesù Cristo, secondo il titolo che egli dava alla sua sintesi di vita cristiana.

Majorano-1In polemica serrata con coloro che proponevano una predicazione missionaria che privilegiava le «materie di spavento», sottolineava che nelle missioni della comunità redentorista «non si parla d’altro che della passione del Redentore, affin di lasciare le anime legate con Gesù Cristo». Occorre infatti «persuadersi che le conversioni fatte per lo solo timore de’ castighi divini son di poca durata… se non entra nel cuore il santo amore di Dio, difficilmente persevererà» (in Opere , III, Torino 1847, 288-289).

Il pensiero va subito a quanto Papa Francesco sottolinea in Misericordiae vultus: «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole ».

La fedeltà alla «copiosa redemptio » guida sant’Alfonso anche nell’impegno di rinnovamento della teologia morale per farne effettiva diaconia alle coscienze nel discernimento, spesso complesso e difficile, del bene da operare in risposta alla chiamata divina. Nei paragrafi iniziali della sua Theologia moralis , egli ricorda che la coscienza va considerata come «la porta» che introduce a tutto il sapere morale, perché essa è la «regola prossima e formale » delle nostre decisioni, mentre la legge divina è «regola remota e materiale». Occorre perciò che la coscienza sia ricerca e adesione sincera alla verità, ma al tempo stesso non dimenticare mai che «la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore» (Dignitatis humanae, n. 1).

L’annunzio della verità morale non può perciò limitarsi alla sola proclamazione della verità. Deve sempre progettarsi come accompagnamento fiducioso delle coscienze perché incontrino la verità e la riconoscano come tale. Ne deriva che per sant’Alfonso l’approccio alla fragilità umana non può essere quello del giudice, che si limita a denunziare e sanzionare, ma del medico che si preoccupa di guarire diagnosticando con cura la malattia e proponendo la medicina alla luce delle effettive possibilità di cammino e di crescita della persona. È quanto sant’Alfonso non si stanca di ripetere, in maniera particolare ai confessori, sottolineando che loro missione fondamentale è di far sperimentare l’abbraccio misericordioso del Padre, che apre il cuore, fa tornare a casa, rende nuovi.

La sintonia di queste prospettive alfonsiane con la proposta pastorale di Papa Francesco appare subito. È sufficiente ricordare le parole conclusive del capitolo VIII di Amoris laetitia: non è possibile «sviluppare una morale fredda da scrivania nel trattare i temi più delicati e ci colloca piuttosto nel contesto di un discernimento pastorale carico di amore misericordioso, che si dispone sempre a comprendere, a perdonare, ad accompagnare, a sperare, e soprattutto a integrare» (n. 312).

Tutto questo esige e al tempo stesso è espressione di conversione missionaria: solo se ci si pone «in uscita» verso gli altri, a cominciare da quelli che più hanno bisogno di incontrare la tenerezza sanante di Dio, perché più segnati e feriti dal peccato e dalle amare conseguenze del suo potere, si è fedeli al Vangelo. Tutta la vita di sant’Alfonso è caratterizzata da un incessante e fiducioso esodo verso gli abbandonati, fino a scegliere il loro mondo come proprio, ad assumere il loro sguardo per penetrare il mistero della redenzione, a rendere teologia il loro linguaggio. È sufficiente ricordare, come egli stesso soleva ripetere, che è stato proprio l’ascolto degli abbandonati, nel corso della predicazione missionaria, che gli ha permesso di comprendere l’infondatezza evangelica del rigorismo morale, in cui era stato formato, e di convertirsi alla benignità pastorale. È riuscito così a proporre la fedeltà alla verità come diaconia alle coscienze: l’ha incarnata salvificamente nella fragilità come medicina che guarisce e apre alla pienezza.

È una fedeltà che lo Spirito non si stanca di donare e perciò chiedere alla Chiesa e a ogni battezzato. Sant’Alfonso ne ha fatto il carattere distintivo della comunità missionaria da lui fondata: «seguitare l’esempio del Redentore », scriveva nelle Regole, cioè continuare incessantemente la chenosi misericordiosa del Redentore per il mondo intero attraverso la condivisione, l’annunzio franco, l’accompagnamento fiducioso

(L’OSSERVATORE ROMANO, domenica 31 luglio 2016, pagina 5)

 

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