Un articolo del prof. Roberto Massaro, pubblicato sul blog dell’Accademia Alfonsiana
Tra le sfide attuali della bioetica, non possiamo non annoverare la pratica della gestazione per altri (= gpa). La tematica sarà oggetto di discussione nel Modulo II del Convegno di Bioetica dell’Accademia Alfonsiana (Roma, 17-18 marzo 2026). A parlarcene sarà la professoressa Susy Zanardo dell’Università Europea di Roma.
Proviamo a offrire qualche iniziale suggestione sul tema…
Molte critiche alla gpa si concentrano sulla sua dimensione commerciale, fondata su un contratto che regola l’uso del corpo della donna per fini riproduttivi. In questa pratica si intravede spesso il rischio di un nuovo sfruttamento, che si inserisce nella lunga storia di subordinazione del corpo femminile a logiche patriarcali.
Per valutarla in modo responsabile, è necessario considerare il contesto sociale ed economico in cui maturano le scelte delle gestanti. Come osserva Luisa Muraro, «molti motivi e circostanze della riproduzione umana per interposta persona si vedono a occhio nudo. C’è il desiderio di generare, frustrato dalla sterilità, la potenza dei soldi su chi ne ha pochi, la potenza dei soldi in chi ne ha molti, la presenza di un mercato globale, le facilitazioni offerte dalle tecnologie riproduttive»[1].
Nei Paesi in cui la pratica è regolamentata, la donna spesso accetta di limitare la propria autonomia, delegando ai committenti le decisioni sulla gravidanza. Altrove, come in contesti segnati dalla povertà, molte vi ricorrono per necessità economica. In entrambi i casi, emerge una tensione tra libertà formale e condizionamenti reali.
Resta allora aperta una domanda decisiva: quando il corpo diventa oggetto di contratto, si può ancora parlare di autentica autodeterminazione, o siamo di fronte a una libertà fragile, segnata dal peso delle disuguaglianze?
Quando, invece, la gpa viene intesa in forma altruistica, il giudizio etico resta lo stesso? In assenza di un compenso economico, essa appare a molti come un gesto di solidarietà piuttosto che come una pratica di sfruttamento…
Alcune studiose, come Rosemary Tong, propongono di avvicinarla all’adozione, suggerendo una regolamentazione simile sul piano giuridico. Altri invitano a leggerla in analogia con forme di donazione gratuita, come il cosiddetto “trapianto samaritano”, in cui una persona offre parte di sé per il bene di uno sconosciuto.
Queste interpretazioni non risolvono tutte le questioni, ma indicano una possibile via per comprendere la maternità sostitutiva non commerciale come espressione di responsabilità, cura e gratuità, aprendo nuovi spazi di riflessione nel dibattito etico.
La controversia, come si vede, è abbastanza accesa e complessa. Susy Zanardo, tuttavia, in un suo articolo apparso qualche anno fa sulla rivista Aggiornamenti sociali, esprime perplessità su entrambe le forme di gpa: «In questa profonda trasformazione della generazione viene spezzata l’unicità della relazione materna, da una parte, e l’unicità della relazione fra il padre e la madre della creatura, dall’altra. La gpa passa precisamente per la progettazione dell’interruzione dell’unicità della relazione materna e di quella genitoriale. L’interruzione ne è la sua condizione di possibilità. Non c’è altro modo di diventare madre (o padre) che spezzando un legame genitoriale. In questo modo se ne coglie la differenza specifica dall’adozione: se l’adozione interviene a riparare una mancanza che è avvenuta, la gpa provoca l’interruzione»[2].
Emergono, pertanto, alcune domande per il nostro convegno: basta il riferimento all’autodeterminazione per giustificare la prassi della gpa commerciale? O, forse, essa nasconde, sempre e in ogni circostanza, una forma di ingiustizia sociale a carico della donna? Invece, nel caso della gpa altruistica, è sufficiente il riferimento al dono? Non si corre il rischio di dimenticare chela gravidanza è un’esperienza che coinvolge totalmente la donna, non solo a livello fisico, ma anche piscologico, ormonale e – secondo alcuni recenti studi – anche neuronale?
Un piccolo “antipasto” di una discussione che si profila ricca, dinamica e carica di nuovi spunti… un motivo in più per pensare seriamente di iscriversi al più presto [link al modulo per formalizzare l’iscrizione online].
[1] L. Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, La Scuola, Milano 2016, 11.
[2] S. Zanardo, «La maternità surrogata è una forma di ospitalità?», in Aggiornamenti sociali 4 (2017) 309-317 [qui 312].




