L’articolo della prof.ssa F. Sacco, e del prof. M.P. Dalbem, pubblicato sul Blog dell’Accademia Alfonsiana
Questo è il quarto di una serie di contributi che intende affiancare il percorso pluriennale e interdisciplinare in ambito economico, Per una coscienza morale sinodale e imprenditiva, inaugurato il 6 giugno 2025 (Quaderni Economici 1). L’obiettivo è quello di realizzare un piccolo Glossario di parole e concetti chiave, particolarmente significativi per le attività di ricerca e formazione del progetto, a partire dal primo corso introduttivo, Visione sistemica e Coscienza imprenditiva per lo Sviluppo Umano Integrale, iniziato il 14 marzo 2026. Le prime voci del glossario riguarderanno i principi della Dottrina sociale della Chiesa che ispirano la scelta degli argomenti approfonditi dal percorso formativo.
La sussidiarietà come Epifania della prossimità
C’è un’antica domanda che echeggia nella storia e, se anche passano intere generazioni, non perde mai di vigore. È la domanda che Dio pone all’omicida Caino: «Dov’è tuo fratello?»[1]. A ben pensarci queste parole del testo sacro fanno venire i brividi. Una frase semplicissima, ma agghiacciante. Si sente l’angoscia di chi la pronuncia. Dio sa che qualcosa di terribile è accaduto per mano di Caino, il quale… se ne lava le mani: «Sono forse io il custode di mio fratello?». Dio prosegue e di nuovo pronuncia una frase in cui fa sentire tutto il dolore di un padre che sta mettendo il figlio di fronte alla più terribile delle verità: «Che hai fatto?»… ha commesso un fratricidio. Questa scena biblica carica di pathos è un forte richiamo alla responsabilità personale che definisce l’essere umano come custode dell’altro. L’antropologia cristiana rifiuta l’isolamento individualista. L’uomo è, per sua natura, un essere in relazione, corresponsabile del destino dei propri simili.
La sussidiarietà si radica proprio nella corresponsabilità per cui ogni uomo è chiamato ad essere il custode del proprio fratello. Ciascuno deve rispondere del bene fatto o omesso nei confronti del fratello in difficoltà. È emblematico che Cristo si identifichi con i “piccoli” e gli esclusi”[2] (Mt 25,40). Così facendo eleva ogni gesto di cura a atto liturgico e di giustizia. In questa prospettiva, i Padri della Chiesa, tra cui San Giovanni Crisostomo[3] e San Gregorio Magno, hanno chiarito che il subsidium non è una concessione benevola, ma un atto di giustizia riparatrice. Distribuire il necessario significa restituire ciò che spetta per destinazione universale dei beni.
Il principio di sussidiarietà lo troviamo nella sua formulazione classica nell’enciclica Quadragesimo Anno (1931) di Pio XI[4]. Il Magistero stabilisce qui un confine etico invalicabile secondo il quale non è lecito sottrarre ai singoli o alle comunità minori ciò che essi possono realizzare con le proprie forze per attribuirlo a enti gerarchicamente superiori. Detto in altre parole, l’ente superiore non deve fare ciò che l’inferiore può fare da solo. E se un ente, un cittadino, una persona, sono in difficoltà chi può aiutare lo deve fare, sì, ma non sostituendosi, semplicemente supplendo nel momento critico per poi mettere l’ente o il soggetto in condizioni di cavarsela da solo.
La sussidiarietà è un principio dall’alto spessore pedagogico. Aiutare non significa sopprimere la dignità dell’altra persona. Il vero aiuto promuove non sostituisce. Il magistero di papa Francesco ha arricchito questa visione attraverso un “doppio dinamismo” di cura. Egli ha ereditato l’insegnamento del Compendio per la Dottrina della Chiesa dove troviamo una duplice visione del principio. Esiste una sussidiarietà verticale che suggerisce un movimento dall’alto verso il basso dove lo Stato e le istituzioni intervengono per sostenere e proteggere le membra più fragili del corpo sociale. Ma c‘è anche una sussidiarietà orizzontale, ossia un movimento dal basso verso l’alto che impone al potere politico di “fare un passo indietro” per promuovere l’energia vitale dei corpi intermedi, del volontariato e dell’associazionismo[5]. Si può ben dire che la sussidiarietà agisce come antidoto al “globalismo dei forti” e all’efficienza tecnocratica che dissolve le identità locali. Nell’esortazione Dilexi te emerge chiaramente che l’amore per il prossimo deve tradursi nella riforma di strutture ingiuste attraverso istituzioni sane[6].
Senza una dimensione pedagogica, la sussidiarietà scivolerebbe in uno sterile assistenzialismo. L’obiettivo del subsidium non è l’annullamento della persona, ma la sua promozione, aiutare l’altro a rialzarsi affinché possa riprendere il cammino in autonomia verso una vita piena, diventare la versione migliore di sé stesso. La sussidiarietà è, primariamente, una “carezza della responsabilità”, l’atto con cui la comunità riconosce nell’altro carne della propria carne.
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[1] Cf. Gen 4, 9-10, testo biblico fondativo della responsabilità fraterna.
[2] Cf. Mt 25, 40: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
[3] Giovanni Crisostomo, Homiliae in Lazaro, II, 6, Sulla natura della giustizia verso i poveri e la destinazione universale dei beni.
[4] Pio XI, Lettera Enciclica Quadragesimo Anno (15 maggio 1931), n. 79. Qui il Pontefice definisce il principio di sussidiarietà e i limiti dell’intervento statale.
[5] Sull’articolazione della sussidiarietà verticale e orizzontale cf. Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, nn. 185-188.
[6] Leone XIV, Esortazione apostolica sull’amore verso i poveri Dilexi te.




