Paese che vai … mora mora che trovi

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Il nostro inviato ci accompagna nelle foreste del Madagascar nelle quali si vive come prima dell’anno zero: non si è stati ancora evangelizzati, non si conosce Gesù. E, così, con l’approdo alla grazia battesimale, si verifica l’esplosione della luce sulle tenebre 

“Paese che vai, usanze che trovi”: è, questo, un proverbio che sappiamo bene voler indicare l’opportunità di sapersi adattare al modo di vivere nei luoghi diversi da quelli della propria origine. Ebbene, in missione si ha l’occasione di sperimentare a fondo questa verità!

È vero che l’originalità di una cultura la si percepisce anche nel veloce e superficiale contatto di un viaggio turistico. Tuttavia, stabilirsi in un paese, assorbirne gli usi e i costumi, apprenderne faticosamente la lingua, vivere alla sua velocità … tutto questo è davvero un’altra cosa!

Ebbene, in Madagascar regna il mora mora (il piano piano) non solo nel senso che tutto va ad una velocità diversa rispetto alla nostra, ma soprattutto perché la calma rappresenta una dote costitutiva, quasi genetica. La parola, gli atti, le reazioni: tutto è rallentato e regolato, frutto di una saggezza antica che esalta l’autocontrollo, la riflessione e la ponderazione prima di agire o di reagire in qualsiasi modo. Si prende il tempo per pensare e valutare, con una calma e un autocontrollo che lasciano talvolta a bocca aperta.

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Dopo appena qualche mese in terra di missione ci si scontra con un’evidenza: il modo di vedere la realtà, di perce¬pire i valori, di valutare le situazioni è … completamente diverso dal nostro e, a tratti, è addirittura all’opposto!
Mi spiego: il nostro modo di pensa¬re occidentale è estremamente logico e si fonda sul ragionamento. I criteri per stabilire la verità sono la razionalità e la non contraddizione, per cui ciò che è bianco è bianco e non può essere as¬solutamente nero.

Diversamente, la mentalità africana non ha questa rigidità, perché si radica sui sentimenti e sulla vita concreta. Se noi ci definiamo esseri razionali, il malgascio ama invece definirsi olom-po (persona di cuore).Questo per dire che le emozioni sono al primo posto per i malgasci.

In questa visione, la realtà è plurale, la verità è sfumata, esistono le tonalità in tutto. Quindi, le cose dipendono dalla prospettiva dalla quale le si guarda e dietro ciò che si vede si nasconde un mondo altrettanto reale eppure non visibile.
Possono sembrare delle frase buttate lì, ma si tratta di una particolare visione della vita che, credetemi, si traduce in un modo di pensare e di agire. È interessante come anche la lingua malgascia rifletta questa struttura fondamentale, preferendo circonlocuzioni e giri di parole che attorcigliano il pensiero per evitare la rigidità di affermazioni nette e incontrovertibili.

Tutto è relativo, si potrebbe dire, ma di una relatività che non è per nulla teorica, ma vissuta. È la vita, infatti, ad essere cangiante e sfumata, come i colori di un arcobaleno. E l’uomo si adatta ad essa facendo della sfumatura uno stile di vita …

La concezione che sta alla base delle culture africane è generalmente definita vito/ogia. Se i valori che fondano la cultura occidentale sono principi astratti quali verità, giustizia, socialità, nella cultura africana il bene si identifica piuttosto con un’esperienza reale e tangibile: la vita.

I valori e le virtù coincidono con tutto ciò che concorre a conservare, accrescere e perpetuare la vita. Ascoltando i kabary (discorsi ufficiali che occupano un posto centrale in tutte le celebrazioni officiate in Madagascar), ci si rende conto dei beni più grandi che si possano sperare o augurare: la salute e la vita lunga (ho eia velona).

Questa visione è riflessa anche nelle pratiche religiose. I riti ancestrali sono in effetti un sistema a protezione della vita contro la morte, per assicurare che essa passi dai genitori ai figli in un flusso ininterrotto. Anche la fihavanana (solidarietà), che rappresenta per la cultura malgascia il valore essenziale, è al servizio di questo bene supremo e assicura la sussistenza nelle difficoltà per mezzo del diritto-dovere dell’aiuto reciproco.

In questo sistema che ha al suo centro la vita, un ruolo importantissimo è rivestito dalla benedizione (tsodrano). Essa ha origine in Zanahary, il dio creatore tradizionale, e da qui passa nei parenti e poi nei figli. Gli antenati (razana) hanno in questo quadro un ruolo importantissimo, perché sono essi i mediatori che permettono alla benedizione divina di raggiungere gli esseri umani e garantire la vita (aina). Il culto legato agli antenati si regge su di un misto di rispetto e di timore.

I riti di venerazione dei morti (funerali, riesumazione) mirano, infatti, a garantirsi il loro favore, affinché la benedizione e la vita si riversino su tutti i discendenti. Il venir meno del loro favore, che la dimenticanza o la non osservanza dei tabù ancestrali potrebbero provocare, comporta un rischio per la sussistenza e la continuità della famiglia. In questo sistema, il cristianesimo apporta due novità decisive e inaudite: innanzitutto, l’esistenza di un bene che supera la semplice vita fisica e la possibilità di donare la vita per quelli che si amano; poi, la coscienza che la venerazione dei morti non si radica sulla paura di un castigo, ma piuttosto sulla comunione che ha in un Dio d’amore la propria sorgente.

 Lorenzo Gasparro C.Ss.R.

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4 COMMENTS

  1. As a beginner I would suggest you learn to hit a 5 or 7 iron before tackling the driver. The shorter shaft and will make it easier for you to control the club head. My most important suggestion would be to take lesson before you ever attempt hitting a ball.Golf is a game of bad habits. A good instructor can show you what you want to be doing and the good habits that you want to develop before any bad habits creep in

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