Il Sinodo sulla famiglia e la necessità di soluzioni pastorali

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Instrumentum Laboris è il nome tecnico conferito al Documento di Lavoro del Sinodo di ottobre sulla famiglia. Esso non vincerà premi per la sua elegante espressione o per la sua esposizione lineare. Era da aspettarselo, dato il genere letterario. Esso è il testo di un comitato che ha messo a confronto le opinioni espresse durante il percorso di consultazione. Questi documenti hanno la caratteristica di essere frammentari: coloro che hanno sottoposto suggerimenti sono molto attenti nell’assicurarsi che il loro contributo venga notato. Il risultato è un testo con qualcosa per tutti: quanto d’aiuto esso sarà nell’agevolare un consenso sinodale sulle problematiche immediate, dipenderà da come verranno valutate le differenti ecclesiologie.

Le contraddizioni non necessariamente devono essere attribuite al desiderio di confondere, da parte del comitato di redazione: l’Instrumentum Laboris riflette una confusione già esistente, infatti fin dalla promulgazione della Costituzione Gaudium et Spes, cinquanta anni fa, esistono diverse interpretazioni sul significato di ‘pastorale’, e tali tensioni stanno insieme, in modo non facile, nell’Instrumentum Laboris. Se i dibattiti del Sinodo si focalizzano sulla natura pastorale della Chiesa, questo può portare ad uno sviluppo importante sul modo di accogliere il genere di Chiesa desiderata dal Vaticano II.

DIBATTITO POLARIZZATO

           Il dibattito che conduce al Sinodo è molto controverso, e alcune posizioni polarizzate possono dare conforto ai loro sostenitori contro i loro ‘nemici’, ma è improbabile che servano per chiarire un argomento. Coloro che vogliono un Sinodo ‘conservatore’ posso essere condotti a ricredersi con un rivestimento di certezza molto esile: coloro che propongono di ritoccare lievemente le regole canoniche potrebbero essere vicini ad un legalismo che essi presumibilmente potrebbero detestare. Ciò che sto suggerendo, in questo articolo, non è di evitare le problematiche importanti da affrontare, ma di investigare più profondamente su alcuni assunti. Dietro alla tendenza fondamentalista, in entrambi gli estremi del dibattito, vi è un presupposto che viene esaminato troppo raramente: ciascuno vuole essere ‘pastorale’, ma ciò significa, ora, che ci sono significati differenti per persone differenti.

L’ORIGINE DELLA CONFUSIONE

            Nonostante l’intenzione del Vaticano II fosse quella di cercare una Costituzione Pastorale sulla Chiesa (alla fine chiamata Gaudium et Spes) complementare alla Costituzione dogmatica Lumen Gentium, c’è stato un piccolo chiarimento sul significato di ‘pastorale’, anche per i Padri del Concilio. La spiegazione tecnica data sulla nota a pié di pagina n. 1 su Gaudium et Spes è unica nella storia della Chiesa. E’, per quanto ne so, il solo documento conciliare, ufficialmente promulgato, che necessita della spiegazione del suo titolo. Se fosse necessario spiegare l’idea agli autori del documento, sorprenderebbe molto il fatto che anche noi possiamo essere insicuri sul senso dell’essere pastorali.

            Ammesso che l’intenzione del Sinodo sia quella di rispondere alle sfide della vita della famiglia, oggi, in modo da essere di sostegno, può risultare opportuno riesaminare il senso conciliare dell’essere pastorale. Ritengo che la confusione riguardante la vita della famiglia, all’interno della Chiesa, che si riflette nell’Instrumentum Laboris, è causata da un’idea inadeguata sul significato dell’essere pastorale.

            Una scuola di pensiero, accomuna la Teologia Pastorale al ministero dei vescovi come Pastori ufficiali. Ciò costituisce una sovraesposizione ingiustificata del ruolo di buon pastore dell’Episcopato, ed eliminerebbe de facto ogni funzione della Teologia nella vita della Chiesa. Una posizione più comune è quella che suggerisce che la Teologia Pastorale costituisce l’applicazione di norme preesistenti già stabilite. La verità si deve trovare in valori oggettivi senza tempo. Si accetta che, in modo concreto, non seguiamo sempre la verità, nelle nostre scelte: lo scopo della Teologia Pastorale è di trattare le conseguenze, ma senza toccare la verità a cui si è venuti meno. E’ questo un sistema binario di  una (reale) Teologia che su basa  su una presunta verità oggettiva in ogni momento, combinata con una Teologia (conciliante) che tratta ‘gentilmente’ le persone che provocano la confusione.

            Nell’Instrumentum Laboris, ci sono tracce di questa tensione, e certe sezioni insistono sul fatto che l’insegnamento della Chiesa su alcune materie (come l’indissolubilità del matrimonio e la contraccezione) è immutabile, e qualsiasi simpatia si possa avere per le difficoltà nella pratica della non osservanza delle norme, causerebbe solo un’ulteriore confusione tra i fedeli, per suggerire che alcune pratiche potrebbero essere riesaminate, come, per esempio, la proibizione di dare la Comunione alle persone che abbiano situazioni coniugali irregolari. Altre sezioni dell’Instrumentum Laboris insinuano che certe nuove situazioni possono necessitare di muoversi verso soluzioni inesplorate. I sostenitori di tali posizioni vengono facilmente messi in caricatura, i primi come legalisti diabolici senza pietà ed i secondi come buonisti dal cuore soffice senza rispetto per la verità. Il contrasto tra legge e misericordia non è nuovo, ma è stata presa a cuore una particolare emergenza in vista del chiaro desiderio di Papa Francesco per una Chiesa caratterizzata dalla Misericordia. La problematica non verrà risolta senza una rivisitazione del significato della Chiesa come comunità pastorale nel senso della Costituzione Gaudium et Spes.

            Una caratteristica di questo modo di essere pastorale è l’inclusività ecclesiale. La Misericordia è l’Attributo Supremo di Dio: ciò è vero perché la Misericordia è l’espressione finale di un Dio giusto che non deve appellarsi a nessuno, quando giudica. La Chiesa, come popolo chiamato da Dio a viaggiare verso il Regno del Solo ed Unico pieno di Misericordia, cercherà di rispecchiare in modo analogico tale inclusività , nelle sue strutture. Troppe parti del dibattito che conduce al Sinodo hanno perso tale inclusività, riducendo l’argomento ad una scelta ‘o … o’  tra, cioè, l’austerità imposta dalla giustizia o la crescita offerta dalla Misericordia.

            Senza tale inclusività, l’approccio pastorale viene ridotto all’applicazione di norme immutabili, e viene fatto un cattivo servizio alle norme stesse. Esse vengono presentate come un qualcosa che va oltre la storia, con l’implicazione che la Chiesa esiste al di fuori del mondo in una specie di nube semi-platonica. Al Cristiano è richiesto de facto di vivere in due mondi, uno segnato da cambiamenti che vengono descritti occasionalmente come minacce per l’umanità, uno vezzeggiato in una società perfetta, nella quale ignorare i confini comporta un inevitabile pericolo. Il problema è che abbiamo una sola vita da condurre e una falsa dicotomia tra la teoria dottrinale immutabile ed il cambiamento della realtà rischia di distruggere l’unità necessaria per una vita personale coerente.

            Questo è il tipo di confusione che ha lasciato tracce nell’Instrumentum Laboris. La dottrina non cambia per coloro che vedono la Chiesa come una perfetta società arrogante che non ha nulla da imparare dal mondo. Tale punto di vista è altamente problematico e, chiaramente, nella sua preoccupazione missionaria, la Chiesa svilupperà programmi per affrontare le difficoltà di membri che sbagliano. Ci saranno dei principi offerti per sviluppare tali programmi, e uno di essi che merita attenzione nell’Instrumentum Laboris è il principio di gradualità che è stato discusso fin dall’ultimo Sinodo sulla Famiglia del 1981, ed è stato ricordato nella successiva Esortazione Papale Familiaris Consortio, nel paragrafo 34. Tale principio è stato poi approvato per trattare le difficoltà nella vita matrimoniale, in particolare per quanto riguarda la contraccezione, in un ulteriore documento, pubblicato nel 1998, ossia il Vademecum per i Confessori. Alcune dichiarazioni del Magistero che approvano il principio di gradualità, vengono, usualmente, mascherate con una nota di avvertenza: essa non dovrebbe essere confusa con la gradualità della Legge, che semplicemente non cambia. Nel consigliare ed ascoltare in confessione alcuni Cattolici impegnati che stanno sperimentando difficoltà nella loro vita matrimoniale, noto un buon senso nell’idea che sta dietro al principio di gradualità: la conversione è raramente istantanea. Il limite della sua praticabilità viene condizionato dalla comprensione a due livelli delle norme morali e dell’applicazione pastorale. Il principio di gradualità può funzionare progressivamente quando già esiste della continuità nella vita di una persona, tra i desideri personali e l’impegno istituzionale verso una comunità religiosa di fede. Laddove esiste un serio spartiacque tra la ‘Dottrina Cristiana’ e la ‘vita secolare’, come è comune oggi, il principio, da solo, non sarà sufficiente.

            La confusione, a questo punto della preparazione del Sinodo, consiste in una tensione tra una speranza per la certezza apparente ed un desiderio di prendere in considerazione  almeno zone inesplorate. All’inizio di quest’anno c’è stata una lettera interessante (pubblicata su The Tablet, il 14 marzo) di un gruppo di sacerdoti del Regno Unito che esortava il Sinodo a resistere ad ogni movimento per la Comunione ai divorziati e risposati, sulla base di ‘un insegnamento che non cambia’,  nei riguardi del matrimonio.  Ciò, dice, ignora i reali sviluppi dei privilegi Pietrini e Paolini nell’amministrazione canonica del matrimonio. Il cambiamento è possibile, ma in un quadro di riferimento di principio. Invece di trovare una risoluzione frammentaria di particolare problemi, suggerisco che il Sinodo guardi più lontano: la sua importanza consisterebbe nel suo contributo a lungo termine per comprendere la Chiesa come una comunione pastorale alla luce di Gaudium et Spes. Sarebbe irrealistico, per il Sinodo, non discernere una serie di risposte ai problemi pratici urgenti, nella sua agenda: ciò che io propongo, è che il Sinodo riporti esplicitamente ciò che è razionale per tali risposte, in termini della sua comprensione della natura pastorale della Chiesa.

IL SIGNIFICATO CONCILIARE DELLA COSTITUZIONE PASTORALE DELLA CHIESA

            La Teologia è pastorale quando si basa sui principi dottrinali ed ha lo scopo di esprimere la relazione della Chiesa con il mondo, attraverso tali principi. Al primo impatto ciò sembra piuttosto ordinario, poiché rasenta, in modo retorico, l’ovvio. Questo è il peso dato al processo di relazione che suggerisce una rottura con la tradizionale comprensione dell’essere ‘pastorale’ che, a mio giudizio, è al cuore di parte della nostra attuale confusione. La Teologia non procede in due atti: nel primo concentrando l’espressione teorica della dottrina cristiana coinvolta e, nel secondo, applicando i risultati finali del primo atto al dramma del mondo, come riportato nell’epilogo del secondo atto. Il tentativo della Gaudium et Spes è quello da un punto di vista di una Teologia in cui la comprensione della Rivelazione e della sua applicazione nel mondo, avviene in un processo in cui ciascuno è presente insieme all’altro. Quanto avrà successo, è lasciato al dibattito,  ma questo dovrebbe essere a conoscenza del fatto che Gaudium et Spes ha cercato di superare il fatto di aver confinato il contributo pastorale della Teologia ad un secondo (e minore) ordine scientifico. La Teologia è pastorale perché, nell’esprimere le verità dottrinali della Rivelazione, dice qualcosa di essenziale sulla Chiesa nel mondo. Esiste una drammatica tensione tra la condizione umana ed il desiderio di conformità alla Vocazione Cristiana: la novità, della Gaudium et Spes, è il tentativo di tenere uniti questi due elementi, in un’azione di vita e conoscenza.

            La sfida nel sostenere tale posizione è sconfortante. Non ci sono alcune cose così immutabili tanto da necessitare di essere costantemente espresse con chiarezza, in maniera definitiva ed inequivocabile? E ci sono alcune domande così in continuo mutamento che è meglio non dare ad esse alcuna risposta, in qualche modo sostanziale, dal momento che esse, domani, saranno cambiate? Questa è stata la sfida affrontata dal Gaudium et Spes con riguardo , tra le altre problematiche, a  quella dell’imminente  Sinodo quando verrà discussa  la dignità del matrimonio e della famiglia (articoli 47 – 52).  La struttura del linguaggio del documento conciliare aiuta a capire in che modo il Sinodo possa affrontare lo stesso tema. E’ interessante notare, in alcuni passaggi, il fatto che il matrimonio e la famiglia costituiscano esattamente quel genere di domande in cui si trova il nesso tra la continuità dottrinale ed il cambiamento sociale. Quando il Concilio ha discusso su questi problemi, si viveva in un’epoca particolare: alla considerazione pubblica del ruolo delle donne o dell’identità sessuale, per fare due esempi, non veniva data rilevanza. Dire che il Concilio non ha risolto tutte le problematiche sul matrimonio e sulla famiglia, non significa diminuirlo. In modo più accurato, ciò sottolinea l’urgenza di una miglior comprensione della Teologia Pastorale. Tra gli altri vantaggi, ciò dimostrerà che l’insegnamento della Chiesa si può sviluppare in modo coerente, nonostante le apparenti contraddizioni. La Chiesa non viene ridotta al silenzio, a causa della mancanza di una risposta a qualsiasi domanda immediata: la Chiesa non è aperta ad una accusa di relativismo, in quanto ciò che viene detto oggi, non è esattamente ciò che veniva detto ieri. La Teologia Pastorale è un dato di fatto sulla Chiesa, non sul mondo, e la Missione della Chiesa è di essere al servizio di un mondo che cambia nel suo viaggio verso il Regno.

            Alcuni hanno facilmente rifiutato il Sinodo sulla base del fatto che, tale tipo di assemblea, non ha competenza sugli spinosi dettagli dell’educazione dei bambini. Altri pretendono un Sinodo risanato in grado di dare riflessioni pie che non hanno niente a che vedere con tale realtà delicata. Entrambi non colgono il punto della Missione Pastorale della Chiesa nel mondo.

            Tale Missione inizia con un’esposizione dottrinale del significato della vita umana, nella società ed a livello individuale. Nutrita dalla Parola di Dio, tale dottrina è necessariamente aperta allo sviluppo dato dal fatto che il mondo è in viaggio verso il Regno. Allo stesso tempo, e questa è la caratteristica della Teologia Pastorale, la natura transitoria dello sviluppo umano limita ciò che la Chiesa può dire, effettivamente, in un’epoca particolare. Il desiderio di risposte rapide alle domande discusse prima del Sinodo, come la Comunione ai divorziati, o l’impatto, sulla vita familiare, delle unioni omosessuali, necessita di un processo di discernimento. Sebbene mi aspetto linee guida, da parte del Sinodo, su tale domande, aspetto con ansia che il Sinodo spieghi il suo senso di ciò che significa ‘Teologia Pastorale’. I risultati del Sinodo saranno valutati meglio se, nella formulazione di qualsiasi sua proposta, ci sarà un riconoscimento esplicito della connessione intrinseca tra le spiegazioni dottrinali della vita umana, oggi, e della realtà necessariamente mutabile della condizione umana. Non è compito del Sinodo ‘spiegare’ ai genitori tutti i dettagli per la crescita dei figli, e neanche dovrebbe rimanere in silenzio sulla centralità dell’uomo nell’istituzione del matrimonio e della famiglia, a causa di ciò. Il suo lavoro consiste nel formulare linee guida che possono essere applicate nelle diverse Chiese locali. Ciò può essere possibile se il contributo innovativo della Costituzione Gaudium et Spes viene chiarito ulteriormente. Le intuizioni dottrinali della Chiesa, sul significato della vita umana, dovrebbero essere espresse, in un primo momento, in vista delle circostanze che cambiano. Questo può apparire contraddittorio, ma è un’impresa sostenibile se usiamo gli strumenti teologici appropriati per l’interpretazione. La continuità ed il cambiamento sono entrambe caratteristiche di una genuina Teologia Pastorale, ma i criteri per la loro interpretazione saranno differenti. Non è d’aiuto quando la ‘continuità’ viene inquadrata in una formula isolata, e ‘il cambiamento’ viene trattato applicando la teoria alla pratica. E’ questa divisione a più livelli, che la Teologia Pastorale, cerca di sconfiggere.

PUO’ FUNZIONARE IN PRATICA?

          La Teologia Pastorale si è sviluppata dopo il Concilio di Trento. Comprendere come e perché ciò sia avvenuto, è il contesto per la diversa scelta del Concilio Vaticano II.

            La Professione di Fede Tridentina adottata dai Vescovi per la loro Consacrazione dice:….[1] Il completamento dei Decreti di Trento stava esaurendosi lentamente, ma dalla mia generazione ha avuto un effetto di controllo sulla vita della Chiesa. Ci sono state delle implicazioni particolarmente rigorose per la Teologia Morale. Se i Vescovi fossero rispettosi, ed essi generalmente lo erano, significava che tale disciplina teologica doveva essere particolarmente conformista. Il sistema di pensiero riportato nella Professione di Fede Tridentina ha reso il compito dei Teologi Morali ingannevolmente semplice. Le risposte sono già formulate, sono solo da ripetere.

            La vita si è dimostrata più complessa. I teologi morali continuano a ripetere la normativa che viene insegnata, ma il senso comune ha dimostrato che questo non risolve qualsiasi situazione. E’ stata data libertà di pensiero per quella che è stata chiamata ‘la soluzione pastorale’, ma sotto la più rigida delle condizioni. Alcuni problemi isolati potrebbero essere discretamente riordinati, ammesso che la soluzione non diventi di conoscenza pubblica. La risposta obiettiva presunta potrebbe non essere resa vulnerabile al dubbio.

            Cosa succede dal momento in cui l’eccezione  diventa la norma più dell’insegnamento morale? Detto con franchezza, questa è ora la situazione nella vita matrimoniale e sessuale, ed è la ragione specifica per la quale il Sinodo dovrebbe spiegare in che modo comprende la Chiesa come essenzialmente pastorale. L’effetto prolungato della Disciplina Tridentina è stata quella di accettare la soluzione pastorale come una sorta di male necessario, in pratica. Essere pastorale non dovrebbe essere un lusso da distribuire: fa parte dell’essenza della Chiesa.

            Verrà discusso al Sinodo quando, come o sotto quali condizioni, le coppie che non vivono in conformità alle regole canoniche della Chiesa, possono essere ammesse al Sacramento della Comunione. Ma che dire sulle questioni più a lungo termine sul significato del matrimonio come istituzione? La realtà umana del matrimonio è il problema da discernere. Non è compito della Chiesa regolare la società e, quindi, il matrimonio: ma in che modo possiamo offrire la possibilità della Vocazione Cristiana se noi non entriamo più efficacemente nel processo di cambiamento che è, evidentemente, in corso, per quanto riguarda l’istituzione del matrimonio? Ciò non sarà possibile se il dibattito viene limitato al permettere/non permettere  l’accesso alla Comunione. La sfida è ben più profonda, e necessita della vitalità che un senso rinnovato di Chiesa pastorale potrebbe dare.

            La sfida lanciata all’insegnamento della Chiesa dall’omosessualità, in generale, e dalle unioni omosessuali, in particolare, può rivelarsi come dibattito più difficoltoso, per il Sinodo, e metterà in risalto la necessità di muovere la visione della Teologia Pastorale da me trattata. La soluzione pastorale, nel senso di ciò che era stato permesso nella Chiesa Tridentina, ha avuto una minima applicazione nell’area della omosessualità, e questo a causa della severa condanna degli atti innaturali. L’Irlanda post-referendum, costituisce un lampante esempio di come l’eccezione all’insegnamento della Chiesa sia diventato una norma sociale e legale. La Chiesa, quindi, dovrebbe semplicemente ritirarsi dalla sfida lanciata? Penso di no, esattamente a causa del nostro impegno pastorale come Chiesa. Molti di coloro che sono rimasti offesi dal comportamento della Chiesa verso l’omosessualità, non rimarranno impressionati dall’idea che la comunità pastorale della Chiesa possa costituire un ambiente positivo per esplorare il senso della Vocazione Cristiana per gli omosessuali così come per i trans-gender. Nonostante il risultato del referendum, sono convinto che siamo alle prime tappe della comprensione del processo sessuale e della identità gender. Lasciare la risoluzione della complessa questione sessuale alla sola Legge, potrebbe essere dimostrazione di miopia. Tutti, e non solo la Chiesa, si trovano ad una svolta sulla sessualità, e rimango diffidente sul fatto di lasciare tale dibattito ai gruppi politici se non, persino, agli esperti legali.

           La mia argomentazione, su questi due punti di interesse pratico per il Sinodo, è implicita. Riguardo alla scioglimento del vincolo matrimoniale e l’omosessualità, abbiamo bisogno di abbandonare un approccio in cui la Chiesa si trova continuamente a combattere le battaglie politiche, perdendole. L’effetto del circoscrivere contando  su soluzioni pastorali individualistiche per i dilemmi umani, strettamente controllati dalle autorità, ha avuto, come effetto, quello di ostacolare il contributo pubblico della Chiesa sulle questioni sessuali, a causa della paura dei vescovi che hanno assunto alla lettera la loro Professione di Fede Tridentina. La perdente è stata la Chiesa; essa non vincerà mai più i duelli politici di vertice. Il nostro futuro dipende da una migliore articolazione di come la Chiesa può essere una comunità pastorale in un mondo che non controlla. Essere pastorale non è il risultato finale di un processo, ma definisce il viaggio della Chiesa dall’inizio.

UNA PROSPETTIVA PAOLINA

            Non sono sorpreso dall’intensità degli scambi che portano al Sinodo, tanto meno dalle tensioni che ne risultano. C’è stata, inoltre, una confusione all’interno della Comunità Cristiana all’epoca di S. Paolo su di una problematica molto diversa quanto in grado di creare divisioni: mangiare il cibo offerto agli idoli. Chiaramente, è pericoloso ‘importare’ una soluzione dell’epoca di S. Paolo ai giorni nostri, ma il ritmo della soluzione proposta da S. Paolo, nella I Lettera ai Corinzi, 8,1-13, è significativo. A prima vista, non c’è problema per S. Paolo: mangiare comunque, perché noi Cristiani sappiamo che esiste un solo Dio, così mangiare ciò che è stato offerto agli idoli è privo di problemi. Ma non tutti hanno la conoscenza (versetto 7). Essi possono rimanerne scandalizzati. Mangiando tale carne ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole (versetto 11), quindi S. Paolo decide di astenersi dal mangiare la carne, anche se in teoria potrebbe: non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello (versetto 13).

            Analogamente, ci saranno due o più punti di vista su quanto sia socialmente accettabile o meno, riguardo al matrimonio ed alla famiglia. Il Sinodo dovrà accettare diverse realtà, sebbene ciò possa non essere incoraggiante per esso. Concentrandosi sul ruolo pastorale esplicito della Chiesa esso può essere in grado di elaborare un contributo sorprendentemente positivo ad una questione complessa. Oltre all’imperativo evangelico di fare ciò, esso potrebbe aiutare a liberare la Chiesa dalle noiose polemiche politiche che possono distorcere la nostra fondamentale Missione nel mondo.

Raphael Gallagher CSsR

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[1] Dalla Bolla di Pio V Iniunctum nobis 1564, tradotta da John O’Malley in: Trent. What happened at the Council, Harvard University Press 2013,285. Il testo in latino si trova in Denziger, Enchiridion Symbolorum 1862-1870.

(Traduzione: Annalisa Pinca)

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