Newman, sant’Alfonso e i Redentoristi

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La proclamazione di san John Henry Newman dottore della Chiesa, e patrono dell’Università Urbaniana, ha rimesso al centro dell’attenzione la sua gigantesca figura, suscitando un interesse nuovo per i suoi scritti e per la sua vicenda biografica, peraltro complessa e affasciante nello stesso tempo. 

Tra i molti contatti significativi nella vita del Cardinale c’è il suo rapporto con sant’Alfonso, e con i Redentoristi. Il pensiero di Newman nei suoi diversi aspetti è stato ampiamente studiato in Italia, già dagli anni Sessanta, dal teologo professor Giovanni Velocci (1924-2016), autore di alcuni interessanti contributi. Tra questi ricordiamo: Newman mistico (Roma 1964); Newman al Concilio (Alba 1966); Newman: il problema della coscienza (Roma 1985); Newman: il coraggio della verità (Città del Vaticano 2000); La preghiera in Newman (Città del Vaticano 2004). Egli raccolse i suoi più importanti contributi nel volume Incontrando Newman (Milano 2009). A questi titoli, più noti, si aggiungono altri numerosi saggi, articoli, recensioni, conferenze e interventi a giornate di studio e convegni una novantina di pezzi (p. E. Marcelli) che fecero di p. Velocci uno degli studiosi più apprezzati del pensiero del Cardinale oratoriano. La passione per Newman fu coltivata da p. Velocci anche grazie all’amicizia con la comunità dell’Oratorio vallicelliano, che frequentava assiduamente nelle sue soste romane. 

P. Giovanni studiò il rapporto tra Newman e sant’Alfonso, pubblicando il frutto delle sue ricerche nell’ultimo capitolo del suo testo La Spiritualità di S. Alfonso De Liguori (Edizioni Redentoristi, Roma 1989, pp. 257-278) con prefazione di B. Häring, e ripubblicato con integrazioni in altri suoi libri. L’Autore, che aveva letto e approfondito le opere del neodottore della Chiesa, dalle edizioni in lingua originale, faceva risalire il suo primo contatto con S. Alfonso al 1839, quando Newman studiando la storia delle eresie dei primi secoli del cristianesimo iniziò il suo percorso di ricerca interiore che lo avrebbe portato al successivo ingresso nella Chiesa cattolica. In quello stesso anno veniva canonizzato S. Alfonso, evento che ebbe una risonanza universale e che non passò inosservato in Inghilterra. L’incontro con il dottor Russel, sacerdote irlandese che gli donò una raccolta di discorsi sacri del De Liguori, fu l’occasione propizia per entrare in contatto con la vasta produzione alfonsiana: «Newman – afferma Velocci – non vi trovò le esagerazioni che temeva, ma al contrario una dottrina seria e concreta presentata con la mentalità e il calore di un italiano». E a conclusione della lettura dei testi omiletici alfonsiani, scriveva: «Vorrei solo che la vostra Chiesa fosse meglio conosciuta tra noi [Anglicani] grazie a libri come questo». E annotava: «Vi sono molti passi che potrebbero dirsi esempi leggendari; ma la sostanza è una predicazione semplice, concreta e impressionante delle grandi verità necessarie alla nostra salvezza». Al “primo incontro” con sant’Alfonso ne seguirono altri che segnarono la sua vita di pastore e di teologo. 

P. Giovanni Velocci CSsR (foto migliorata con IA)

Nel 1846 si trovava a Roma e frequentava l’ateneo di Propaganda Fide. Nello stesso tempo viveva una travagliata fase di discernimento, pensando a come dare una svolta alla propria vita, e alla possibilità di entrare in un istituto religioso. Fra quelli vagliati c’era la Congregazione del SS. Redentore, della quale egli, facendo riferimento ai suoi membri, affermava: «Sentiamo dire un gran bene di loro. […] Si diche che sono come i Gesuiti però un po’ meno militaristi». Si incontrò con due redentoristi, della comunità di S. Maria in Monterone, chiedendo delucidazioni sulla loro vita e missione. Dopo quell’incontro chiarificatore concludeva: «Temo che non facciano per noi. […] Il fine della Congregazione è di insegnare e predicare al popolo delle campagne. […]. Le missioni sono il suo compito principale». Infine, scelse l’Oratorio di S. Filippo Neri, ma non dimenticò i santi vicini alla spiritualità del suo Fondatore. Tra tra di essi prediligeva san Camillo e sant’Alfonso, «santi che potremmo dire Oratoriani, per gli stretti rapporti che ebbero con l’Oratorio», favorendo la pubblicazione delle loro biografie, in lingua inglese. 

Nel 1847, durante un viaggio a Napoli, fece sosta all’Oratorio dei Gerolamini, dove ascoltò con interesse alcuni padri, tra cui uno di 89 anni, che aveva conosciuto sant’Alfonso. La testimonianza del vecchio oratoriano accrebbe la sua stima per il Santo, infatti dopo pochi giorni, lo troviamo a Pagani, in preghiera dinanzi al suo corpo. 

In un altro momento “critico” della sua vita, quando si ventilava la possibilità di essere nominato vescovo di Liverpool o di Nottingham, gli fu ancora di sostegno l’esempio di sant’Alfonso. Egli cercò di scongiurare con tutte le forze quello che considerava un “pericolo”, disponendosi come il santo Vescovo, in ogni caso, ad obbedire al Papa. 

I Redentoristi ritornarono ancora sui suoi passi quando un confratello, p. Coffin, uscì dall’Oratorio per entrare nella loro Congregazione. Per molti anni rimase con lui in corrispondenza, sostenendolo nelle iniziative editoriali. Coffin, infatti, tradusse le opere di sant’Alfonso in inglese, che il Newman però non riteneva di dover ristampare tutte, visto che molti concetti si ripetono – argomentava -, ma avrebbe preferito un’attenta selezione. Sant’Alfonso, di cui aveva letto diverse biografie e alcune opere, era ritenuto da lui il vero riformatore dei costumi, soprattutto di quelli italiani, che da uno straniero, per la prima volta in Italia, erano giudicati troppo rilassati, specialmente in materia di morale e di liturgia. In una lettera al p. Fargan, reduce da un viaggio in Sicilia, dove rimase impressionato dagli abusi dei sacerdoti nella celebrazione della Messa, riaffermava il suo apprezzamento per il Santo: «Io penso che voi potete vedere nelle usanze e nelle abitudini degli italiani un’illustrazione del pensiero di sant’Alfonso; per esempio, i ritengo che voi capirete meglio cosa significa “strapazzare la Messa”, dal momento che siete stato a Palermo». 

In un altro momento della sua vita, e cioè nel 1859, si avvalse del pensiero di sant’Alfonso, quando in seguito alla pubblicazione di un “audacissimo” articolo, in cui promuoveva e difendeva il ruolo dei laici nella Chiesa,  fu oggetto di violenti attacchi da parte di ambienti clericali e specialmente romani, a tal punto da far pensare all’istruzione di un processo contro di lui. Fu in quella circostanza che egli scriveva confidenzialmente ad un amico: «Noi non siamo migliori dei nostri Padri. Pensa a San Giuseppe Calasanzio, a San Paolo della Croce e a sant’Alfonso e al mio san Filippo: anch’essi furono incompresi dalle autorità di Roma». Al vescovo T. J Brown che ne aveva preso le difese a Roma, presso il Pontefice e il preposito generale dei gesuiti, egli esprimeva, grato, le motivazioni spirituali che lo avevano sostenuto in quei difficili frangenti: «S. Alfonso e S. Giuseppe Calasanzio sono il mio esempio e la mia lezione nel sopportare i giudizi falsi su di me da parte degli uomini». Nei suoi serrati confronti con alcune correnti teologiche rigoriste difese, con oculata intelligenza, alcuni principi della morale alfonsiana, come ad esempio quello della restrictio mentalis, oggetto di pesanti accuse gratuite del predicatore di corte della Regina Vittoria, dedicandogli un paragrafo della sua Apologia. In quella occasione, oltre 500 preti inglesi di varie diocesi fecero pervenire a Newman il loro sostegno e la loro riconoscenza, per «aver delucidato in maniera chiara il problema della verità, e per aver fornito un’interpretazione giusta della dottrina di sant’Alfonso, del suo accordo o disaccordo con gli altri scrittori, e del significato dell’approvazione delle sue opere fatta dalla Santa Sede». 

Egli, con l’onestà intellettuale che lo contraddistinse, anche quando dovette discostarsi da alcune affermazioni di sant’Alfonso, legate per lo più al linguaggio e al contesto culturale in cui visse, non esitava a definirlo «un santo che ama la verità e di cui spero di non perdere l’intercessione, anche se nel caso esaminato, preferisco un’altra guida alla sua» e non temeva di dichiarare che: «nella Morale di sant’Alfonso non c’è nulla che possa essere censurato».

Scese ancora in campo, tessendo un’appassionata difesa di sant’Alfonso, in quegli anni molto letto e dibattuto in Inghilterra, di fronte ai domenicani che lo ritenevano un autore di morale “lassista”, affermando: «Quanto più sentiamo le opinioni su sant’Alfonso, tanto più ci convinciamo, come aveva già pensato il Faber, che egli è il Dottore del tempo presente; in realtà la sua Teologia Morale si diffonde dovunque. […]. E Sant’Alfonso può ora diventare il Dottore della Morale, mentre san Tommaso conserva il suo posto in Teologia». Egli sosteneva con convinzione che i suoi libri erano un aiuto ai peccatori e che bisognava immaginarli, non «in mano ad un predicatore ma ad un confessore», mettendone in risalto la finalità pastorale. Egli non indugiava a definirlo «Un leone nel pulpito, un agnello nel confessionale».

E, in un’altra occasione, cercando di interpretare il più correttamente possibile le asserzioni del Santo Dottore, con grande lungimiranza, affermava: «I Santi sono ad un livello differente dal nostro, e noi li possiamo usare come modelli, con come copie. Sant’Alfonso scrisse le sue prediche e la sua morale per i napoletani, che egli conosceva e noi non conosciamo». Ebbe modo anche in seguito di esprimere, in forma più estesa ed esplicita, il suo pensiero sul Santo e la sua Congregazione, apprezzandone l’indole missionaria: «La sua reputazione è stata prodotta dalle sue iniziative missionarie. Tra di esse c’è il suo ordine (sic!) religioso che ne ha favorito la conoscenza e ha esteso l’influenza delle sue opere. Il suo alto carattere e le grandi imprese della sua vita lo hanno reso importante e influente».

Si appellò a sant’Alfonso dopo la definizione dell’infallibilità del Romano Pontefice, nel 1870, rispondendo a quanti avanzavano delle perplessità in merito, con un principio morale del Santo, che egli condivideva già prima che il dogma fosse definito: «Si deve obbedire al superiore anche quando sembra che superi il suo potere, perché egli è già in possesso dell’autorità». 

Anche in ambito di mariologia, separando i concetti di “fede” e “devozione”, egli sostanzialmente fu d’accordo con le argomentazioni del Santo, consigliando a chi provava una certa difficoltà di fronte a certe sue espressioni: «Voi dovete prendere nella sostanza quello che scrive sant’Alfonso. Le sue parole non sono mere figure retoriche, anche se l’espressione della dottrina prende il colore, il tono della narrazione e della mentalità di colui che parla», dando uno splendido esempio di lettura profonda e di penetrazione psicologica dell’Autore e dei suoi scritti. 

Di fronte a questa carrellata di riferimenti bibliografici, riportati nel suo testo da p. Velocci, è evidente che sant’Alfonso fu per Newman un modello e un maestro che egli studiò con ammirazione, sapendo leggere anche “criticamente” le sue opere ed entrando nel vivo delle singole questioni con i dovuti e necessari distinguo. Sempre con un acume e un’onestà intellettuale che sorprendono, mai separati dal suo innato buon senso, come denotano molte delle considerazioni argute di cui sono disseminati i suoi scritti.

Sant’Alfonso, insieme ad altre figure della santità cattolica di epoca moderna, contribuì in modo determinante alla ricerca di Newman e fu per lui un sicuro punto di riferimento, anche per il proprio itinerario di vita spirituale. Ciò che il Santo napoletano aveva acquisito dal p. Pagano, nell’Oratorio napoletano a lungo frequentato, egli, in un certo modo, lo restituiva ad uno dei più noti figli di san Filippo Neri, riaffermando la vicinanza spirituale di oratoriani e redentoristi, che in Newman trova una delle sue più eloquenti testimonianze storiche.

P. Vincenzo La Mendola C.Ss.R.