Un articolo del prof. A. Pizzichini, pubblicato sul blog dell’Accademia Alfonsiana
Immaginate di muovere un braccio robotico semplicemente pensandolo. Non premendo un pulsante, oppure pronunciando un comando vocale, ma proprio pensando. Questo esercizio di fantasia può sembrare adatto per la sceneggiatura di una serie TV di fantascienza, eppure per alcune persone che soffrono di paralisi è diventata realtà [qui].
Un tale prodigio è possibile grazie alle interfacce cervello-computer (Brain-Computer Interfaces,BCI) [qui], le quali, prima ancora che un’importante conquista tecnologica, rappresentano un punto di svolta nella storia della relazione tra uomo e tecnologia. Si tratta di dispositivi che non si limitano a estendere le nostre capacità, come un qualsiasi strumento: permettono di stabilire una comunicazione più o meno diretta tra il cervello e dispositivi esterni, facendo così cadere, in qualche modo, la stessa definizione di “esterno”, in quanto l’oggetto tecnologico entra a tutti gli effetti a far parte dello schema corporeo del soggetto.
Una tecnologia dalle grandi potenzialità…
Tutto sommato, il modello di funzionamento è abbastanza semplice: elettrodi captano i segnali neurali, algoritmi (che possono usare l’intelligenza artificiale) li decodificano e li traducono in comandi, attuatori eseguono l’azione desiderata. Questa apparente semplicità nasconde, però, sfide tecniche di grande complessità. Le BCI moderne spaziano da sistemi non invasivi, come quelli che impiegano l’elettroencefalogramma [qui], ad applicazioni più invasive che comportano impianti chirurgici altamente sofisticati [qui], nonché approcci intermedi. La frontiera più avanzata è rappresentata dai sistemi bidirezionali [qui], in grado non solo di “leggere” l’attività cerebrale, ma anche di interagire attivamente con il cervello, fornendo feedback sensoriali che permettono di dare al paziente un vero e proprio senso di percezione.
Le applicazioni cliniche di queste tecnologie sono innegabilmente preziose: pazienti con paralisi o sclerosi laterale amiotrofica ritrovano la capacità di comunicare e interagire con il mondo [qui e qui]; sfruttando la neuroplasticità (cioè la capacità del cervello di riorganizzarsi), alcuni sistemi permettono a chi ha subito un ictus di riapprendere i movimenti perduti [qui]; e molto altro.
Tuttavia, la ricerca non si ferma alla terapia. In ambito commerciale, ad esempio, l’integrazione delle BCI nei sistemi operativi comuni potrebbe permettere di interagire con i propri dispositivi direttamente attraverso il pensiero, senza bisogno di tocchi o comandi vocali. Oppure, considerando che le applicazioni terapeutiche permettono di recuperare funzioni perdute, perché non impiegare gli stessi metodi in soggetti sani per potenziare (enhance) le loro prestazioni?
…ma che suscita grandi domande!
Qui emerge un nodo cruciale: qual è il confine tra intervento terapeutico e di potenziamento? In quale misura è possibile incrementare le possibilità umane, fintantoché queste rimangono umane?
Com’è facile immagine, le questioni antropologiche ed etiche sollevate sono molteplici e di non facile risoluzione. Se la mia consapevolezza si estende a un dispositivo artificiale, che risponde ai miei pensieri come risponderebbe il mio braccio, quali sono i “confini” della mia persona? Dove finisce l’individuo e dove inizia la macchina?
Un’altra questione riguarda la capacità di agire (agency). Quando un algoritmo di apprendimento automatico interpreta i segnali neurali e li traduce in un’azione, chi è il vero autore di quest’ultima? L’algoritmo, infatti, specie se di intelligenza artificiale, interpreta i segnali, li traduce, talvolta li corregge. Come si configura qui la responsabilità, specialmente nel caso del potenziamento?
Un problema al centro del dibattito neuroetico e dei cosiddetti neurodiritti [qui] è la libertà cognitiva. Se i nostri pensieri diventano dati leggibili, si pone l’urgente necessità di una bio-cyber-sicurezza che protegga la mente come ultimo baluardo della privacy [qui]. Si pensi alle interfacce bidirezionali: la possibilità di manipolazione o monitoraggio neurale si presta come un potenziale strumento di controllo senza precedenti sulla soggettività umana.
Infine, il dilemma della giustizia sociale: l’accesso a capacità cognitive aumentate rischia di creare nuove disuguaglianze, che potrebbero andare ad amplificare quelle economiche tradizionali. Chi potrà permettersi di potenziare il proprio cervello e chi rimarrà indietro?
Alcune domande per la bioetica
Queste sono solo alcune delle domande che la teologia morale è chiamata a porsi riguardo alle BCI, che facilmente ci costringeranno a ripensare le nostre categorie antropologiche fondamentali. Cosa significa essere umani quando i confini tra biologico e artificiale sfumano? Quando un algoritmo traduce i nostri pensieri in azioni, chi è veramente l’autore di ciò che accade? E soprattutto: siamo pronti a un mondo dove il pensiero non è più il “santuario” inviolabile dell’interiorità, ma diventa interfaccia, dato, superficie accessibile?
A queste e a molte altre domande etiche cercherà di rispondere il Convegno di Bioetica dell’Accademia Alfonsiana (Roma, 17-18 marzo 2026) con una sezione di Dialogo tra esperti dedicata proprio al tema qui introdotto: un motivo in più per pensare seriamente di iscriversi entro il 15 febbraio 2026 [link al modulo per formalizzare l’iscrizione online].


