Magnifica humanitas, ovvero la necessità di tornare a pensare teologicamente la storia

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grafica: alonsiana.org /l'immagine generata dall'AI Gemini/

Un articolo del prof. Andrea Pizzichini, pubblicato sul blog dell’Accademia Alfonsiana

Certamente è arduo, nello spazio angusto concesso dal post di un blog, offrire una sintesi esaustiva di un’enciclica che si articola in 245 paragrafi suddivisi in cinque capitoli, più un’introduzione e una conclusione – senza contare che, ormai, sono largamente disponibili strumenti (di IA, appunto!) che in pochi secondi possono fornirci resoconti precisi del documento, e sembrerebbe che, visto il profluvio di commenti che ha invaso il web, se ne sia fatto ampio uso (a pensar male si fa peccato, però…).

Quello che (forse) per il momento l’IA non può fornirci, al di là di riassunti più o meno ben fatti, è un’indicazione di indirizzo per la riflessione teologica, che è quello che può interessare maggiormente i lettori di un blog accademico. E questo è quanto indica la stessa Magnifica humanitas [= MH] al n. 47: «Allo stesso tempo, vorrei incoraggiare accademie e università a ridare slancio a tali principi [della Dottrina Sociale della Chiesa, (= DSC)], ripensandoli in modo aderente all’oggi ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale. In questo modo, la ricerca teologica e filosofica potrà approfondire e sostenere il cammino pastorale della Chiesa, contribuendo al compito del Magistero di illuminare la coscienza dei credenti e di orientarne l’impegno a rendere più giusta e fraterna la vita delle nostre società.

Si tratta di un vero e proprio mandato per le realtà universitarie cattoliche con riferimento ai principi della DSC (qui), il cui approfondimento è affidato a tutto il secondo capitolo di MH – e che, guarda caso, è il più trascurato nei commenti giornalistici – rendendo quanto mai riduttivo definire il documento semplicemente come “l’enciclica sull’IA” (qui, ma gli esempi si potrebbero facilmente moltiplicare). Certo, l’IA è, in qualche modo, l’emblema delle sfide che l’umanità si trova oggi ad affrontare – il sottotitolo dell’enciclica: «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale», sembra indicare proprio questo; però, forse, il messaggio soggiacente è che, al di là dei progressi fantasmagorici della tecnologia, ciò che occorre non perdere di vista è la vera posta in gioco: il bene della persona e il bene comune della famiglia umana, solo parzialmente coincidenti con il benessere economico. L’IA passerà; forse riuscirà a mantenere alcune delle sue “promesse” di prosperità; ma la persona umana, bisognosa di «custodia», non passerà.

Un primo campanello per la teologia, quindi, è quello di non lasciarsi abbagliare dai prodigi delle nuove tecnologie, affacciandosi il rischio di una nuova idolatria prodotta dalla suggestione delle macchine che “parlano” (cf. Antiqua et nova, n. 105, qui). Per fare questo, però, occorre che la teologia torni a pensare, non tanto e non solo il rapporto tra umanità e tecnologia (ovviamente necessario), ma la storia nella sua interezza, in senso forte. Del resto, la stessa MH offre quello che di fatto è un criterio ermeneutico di teologia della storia: «Così compresa, la Dottrina sociale diventa una teologia della comunione nella storia» (MH, n. 27). Ma che significa questo?

Chi scrive è alquanto scettico sulle possibilità di una cosiddetta etica proattiva, cioè di un’etica in grado non solo di giudicare processi come l’attuale corsa dell’IA, ma anche di dirigerli. Penso sia capitato a tutti di sentir dire o di leggere (o magari pure di dire) che la filosofia e, soprattutto, la teologia siano in ritardo rispetto agli odierni sviluppi tecnologici. Ora, se ci si riferisce al fatto che l’incremento di potenza offerto dallo sviluppo tecnologico avviene a un ritmo che supera la capacità umana di comprenderne appieno le implicazioni, senza il tempo di rifletterci adeguatamente per usarne con saggezza, non si può che convenire. Tuttavia, se si pensa, invece, che l’etica dovrebbe prendere in mano le redini degli eventi imbizzarriti e ricondurli sulla retta via, personalmente nutro qualche dubbio, almeno se si intende con questo che basti, confondendo etica e diritto, fissare alcune norme per risolvere il problema.

È vero che anche MH dice che occorre «governare in anticipo la trasformazione» (MH, n. 156), con riferimento specifico al problema del lavoro e della disoccupazione che, si teme, dilagherà con l’impiego sempre più ampio dell’IA a livello professionale. Ciò significa, in realtà, che ciascuno di noi non deve rassegnarsi a essere spettatore passivo di tali processi, poiché, quali membri di un corpo sociale e non semplici individui, il nostro agire o il nostro astenerci dall’agire possono avere conseguenze che non siano confinati alla nostra esperienza quotidiana. Non a caso, lo sguardo di MH abbraccia l’intera società nell’ottica della sussidiarietà. 

Nello specifico, cosa può fare la teologia in questi casi? Ora, non è suo compito quello di anticipare la storia – perché semplicemente non si può: si interpreta la realtà, non si consulta nessuna sfera di cristallo. Compito del pensiero teologico, come si accennava poco sopra, è quello di offrire una lettura forte della storia e della società che sia prima di tutto una lettura di senso, un’interpretazione in senso forte degli avvenimenti in corso. Si parla, ovviamente, dei ben noti segni dei tempi (cf. GS, n. 4, qui), riguardo ai quali il testo latino della Costituzione conciliare dice: «perscrutandi et sub Evangelii luce interpretandi». Non si tratta, cioè, solo di essere aggiornati con gli ultimi ritrovati della tecnologia, senza offrire un di più che può venire soltanto da un tempo consono di ascolto e di pensiero; ciò presuppone una storia che sia meditata e pensata alla luce del Vangelo, quindi considerata alla luce del grande affresco offertoci dalla Parola rivelata e che la Chiesa, a livello di magistero e di tradizione teologica, non ha mai mancato di approfondire, andando a costruire un deposito che può davvero ritenersi il tesoro da cui estrarre «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52; cf. Antiqua et nova, n. 1). 

Si tratta di un compito per il quale, credo, val bene la pena rimanere un po’ in “ritardo”. Questo è il contributo che la teologia (e, nella fattispecie, la teologia morale sociale) può dare non solo al popolo dei fedeli, ma anche a tutta la famiglia umana, che oggi come non mai pare unita nella mancanza di una bussola che le indichi il retto cammino da seguire. E sembra anche il compito che MH le affida.

Concludiamo osservando che, in effetti, questo post non offre una gran sintesi di MH: proprio per questo è un invito a leggerla! E, perché no, magari sotto l’ombrellone, così si fa pure la figura degli intellettuali…