UN SOLO CORPO I – 03 Seguendo Cristo nell’amore

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Se la nostra vocazione è essenzialmente metterci sui passi di Cristo, essa diventa anche una storia d’amore. Sarebbe bello che ognuno di noi provi a ricordare i capitoli salienti di questo racconto. Forse potremmo ritrovare gli entusiasmi degli inizi, la stanchezza e le delusioni di altri momenti, forse anche la gioia di ritrovare Cristo in un’altra luce, e scoprire quanto è importante amarlo oggi, nonostante tutto.

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Nello scorrere del tempo abbiamo imparato due cose: Cristo continuava a chiamarci e ad esercitare il suo fascino. Lo faceva in mille modi, dalle vicende quotidiane al silenzio della preghiera. Abbiamo imparato anche che non bastava mettere i nostri passi sui suoi, urgeva entrare in una relazione d’amore. Cristo era l’incarnazione di quel Dio che ci ha chiesto di amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima, la mente e le forze (Mc 12,30). Un Dio geloso.

Se è la missione del Redentore il motivo della nostra dedicazione (Costituzioni CSSR, Cap. III, Art.1), la fede assume nella nostra vita un tono particolare, di cui i voti, il vivere in comunità, l’accettazione di una regola segnano il ritmo e l’armonia. Il nostro modo di vivere è chiamato a diventare sempre più quello di Cristo. La nostra anima è chiamata a fare spazio sempre più al Redentore. Per accoglierlo, abbracciarlo, amarlo.

Man mano che il terzo millennio avanza, capiamo che essere cristiani non può essere più semplicemente una somma di buone abitudini. Questo modo di vivere la fede ha le ore contate. E se qualcosa di nuovo nascerà, saremo noi consacrati, saremo noi Redentoristi, saremo noi laici consapevoli del nostro battesimo, a indicare una strada: dove è appunto l’amore a segnare il passo, a darci quella follia giusta per aprire cammini nuovi e forse inesplorati.

Non sarà la montagna dei nostri limiti a fermarci. Al pari di Cristo, il nostro sacerdozio comune, fondato sul battesimo, non avrà talenti o meritida offrire, bensì la nostra stessa umana debolezza. Fu infatti attraverso l’ubbidienza e da ciò che patì, che Gesù fu reso perfetto, divenendo causa di salvezza per tutti (Eb 5,8-9).

Luce ai miei passi è la tua Parola 

Si può leggere Gv 1,1-18. A discrezione si può dare luogo a un momento di silenzio o di condivisione, avendo presenti tra le altre queste due semplici indicazioni:

  • Sia la spiritualità Redentorista che in senso più ampio la spiritualità cristiana fanno dell’incarnazione non solo un mistero centrale da contemplare, ma una sorta di filtro con cui leggere la realtà. È davvero triste vivere e pensare la fede come ricerca di un Dio astratto o lontano, trascurando il fatto che “Dio si è fatto carne”, e continua a farlo negli eventi o circostanze apparentemente banali, nella nostra debolezza e impotenza, nelle persone che incontriamo, nei piccoli e grandi fatti della cronaca e nei segni dei tempi.
  • Se Dio si è fatto uno di noi, il miglior modo per avvicinarsi a lui è ascoltare la nostra stessa verità, incontrare la nostra umanità più profonda. Portare alla luce i nostri desideri, esporli alla grazia di Dio è di per sé il modo per eccellenza per incontrare Dio nella persona di Gesù Cristo, e capire che il vangelo continua ad essere la risposta che andiamo cercando.

Davanti all’icona 

Il modo in cui la Madonna del Perpetuo Soccorso stringe Gesù tra le braccia è stato interpretato in vari modi, tutti legittimi,se accostiamo questa immagine in attitudine contemplativa. Qui vogliamo marcare il fatto più elementare ed evidente: è l’abbraccio di un bimbo a sua madre. Un bimbo e una madre fuori dall’ordinario.

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Tra le parole più belle che sono state scritte su questo abbraccio vanno annoverate quelle di un filosofo ateo, il francese Jean Paul Sartre. Nel 1940 egli era internato in un campo di concentramento a Treviri, Germania. In vista del Natale i compagni di prigionia gli chiesero di scrivere il testo per una rappresentazione teatrale. Ne nacque l’opera con un titolo: Bariona o il figlio del tuono. Ne citiamo alcune righe che hanno per protagonista Maria.

Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso, che non è apparso che una sola volta su di un viso umano, poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, il frutto del suo ventre. L’ha portato per nove mesi, e gli darà il suo seno, e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma poi si sente presa come da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. (…) Ma poi ci sono altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente che Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che suo figlio è Dio. Lo guarda e pensa: questo Dio è mio figlio, questa carne divina è la mia carne, è fatta di me, ha i miei occhi, e questa forma della sua bocca è la forma della mia e mi assomiglia: è Dio e mi assomiglia. Nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo, che si può prendere tra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo, che sorride e respira. Un Dio che si può toccare e che vive. 

Se il mistero dell’incarnazione continua a raggiungerci in tanti modi, in primo luogo nell’eucarestia, le parole dell’ateo Sartre ci fanno pensare a una relazione d’amore col Cristo così come la ritroviamo nei santi, basti citare fra tutti sant’Alfonso. I mistici hanno vissuto nella loro stessa carne e descritto nelle loro visioni questo rapporto: anche in questo caso possiamo pensare alla Venerabile Maria Celeste Crostarosa. Ma questa relazione continua a interpellare ancora ogni battezzato e consacrato.

Bevendo al nostro pozzo 

Povero Gesù Cristo ! Se non è amato da un fratello della Congregazione, che ne ha ricevute tante grazie e lumi così speciali, da chi sarà amato? Dio mio, e a che servono tante comunioni? E che ci siamo venuti a fare nella Congregazione, e che ci stiamo a fare, se non ci facciamo santi? Stiamo a 

ingannare il mondo, che ci stima tutti per santi, e a far ridere nel giorno del giudizio, quelli che allora sapranno le nostre imperfezioni?”

È uno dei passaggi più noti – e forse tra i più dimenticati – di una lettera che sant’Alfonso scriveva ai padri e ai fratelli del suo Istituto, l’8 agosto 1754. Era preoccupato, il nostro fondatore, di quel che vedeva intorno a sé, tanti segni di un fatto per lui chiaro: molti trascuravano la logica della “porta stretta” che Gesù poneva come condizione per entrare nel Regno. Segni che lo facevano esclamare: “povera Congregazione! Che ne sarà di lei tra cinquant’anni?”.

Di anni ne sono passati tanti, per noi Redentoristi. Siamo ancora qui, numerosi e al servizio della Chiesa. Il nostro carisma ha fatto registrare una splendida evoluzione, in modo particolare per la condivisione che tanti laici cercano con la nostra spiritualità e la nostra missione. Forse le domande e le preoccupazioni di Alfonso non sono più le nostre. Forse le interpretiamo in senso moralistico, o espressione di un linguaggio desueto e di una mentalità superata.

Eppure l’amore a Gesù Cristo continua a rimanere la questione centrale della nostra sequela, così come del nostro battesimo. Rimane l’obiettivo vero a cui mirare, lo stesso che la liturgia descrive così: che “fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia” (XXI domenica del Tempo Ordinario, orazione colletta). Una sfida non da poco, in un mondo come il nostro, dove si creano idoli al pari di come si moltiplicano immagini.

PerVita Consecrata, la formazione, iniziale e permanente, non è altro che questo: “un itinerario di progressiva assimilazione dei sentimenti di Cristo verso il Padre” (nr 65). E il nostro voto di perseveranza a questo deve tendere: a scegliere e riscegliere Cristo. Solo lo Spirito che diede vita a Gesù nel grembo di Maria può farci mirare a traguardi così ambiziosi.

Per concludere 

Si può terminare pregando per l’Africa e il Madagascar, con le parole conclusive dell’Esortazione Apostolica post sinodale dedicata a questo continente:

O Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, 

grazie a Te, nel giorno dell’Annunciazione, 

all’alba dei tempi nuovi, 

tutto il genere umano con le sue culture 

s’è rallegrato di scoprirsi capace del Vangelo. 

Alla vigilia di una nuova Pentecoste 

per la Chiesa in Africa, 

Madagascar ed isole attigue, 

il popolo di Dio con i suoi Pastori

 a Te si rivolge e insieme con Te implora: 

l’effusione dello Spirito Santo 

faccia delle culture africane 

luoghi di comunione nella diversità, 

trasformando 

gli abitanti di questo grande continente 

in figli generosi della Chiesa, 

che è Famiglia del Padre, 

Fraternità del Figlio, 

Immagine della Trinità, 

germe e inizio in terra 

di quel Regno eterno 

che avrà la sua pienezza 

nella Città il cui costruttore è Dio: 

Città di giustizia, di amore e di pace

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UN SOLO CORPO è un servizio offerto dal Centro Spiritualità Redentorista

seraflower@gmail.com-sfiore@cssr.com

L’intestazione grafica è opera di Biju Madathikunnel cssr

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