Chiamati a Dare la Vita Per l’Abbondante Redenzione

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Communicanda I – 2003-2009

 

Communicanda 1
Prot. N°  0000 110/04
Roma, 8 aprile 2004
Giovedì, In coena Domini

 

Introduzione

  1. Carissimi confratelli,

a tutti voi, chiamati insieme a noi a dare la vita per l’abbondante redenzione giunga il nostro saluto più cordiale.

Il rapporto tra il “dare la vita” e la trasformazione delle strutture [3] può apparire a molti come forzato, forse arbitrario. In comune, tra la prima e la seconda parte del testo appena citato, c’è solo l’urgenza di cambiare: le nostre idee su Dio e sulla nostra vita da una parte, e le strutture dall’altra. Dal canto suo, il Capitolo Generale non ha detto molto per avallare questo collegamento, che però a nostro parere ha due solidi motivi su cui fondarsi:

Come ha ricordato la lettera inviata alla Congregazione il 2 febbraio scorso, “il tema Dare la vita per l’abbon-dante redenzione è una chiamata alla conversione, un invito per ciascuno di noi a cambiare le nostre idee su Dio e la nostra vita; e, nello stesso tempo, esso porta a riflettere su come le strutture della nostra Congre-gazione debbano essere trasformate perché i Redentoristi siano più fedeli, creativi ed audaci nel portare avanti la missione che è stata loro affidata”. [2]

Sono trascorsi oltre cinque mesi dalla conclusione del XXIII Capitolo Generale, e con questa Communicanda vogliamo trattare due punti importanti, che il Capitolo ha definito, affidandone l’esecuzione al Consiglio Generale e alle altre strutture di governo della Congregazione: vale a dire il tema per il sessennio, e in secondo luogo il processo di ristrutturazione della Congregazione. E’ nostra intenzione che ad altri impegnativi temi sollecitati dal Capitolo, come ad es. la Redenzione [1] , siano dedicate nel corso del sessennio altre Communicanda.

 – da una parte troviamo il cammino percorso dalla Congregazione nel post-Concilio, che ultimamente ha indotto i Redentoristi a chiedersi con onestà quale fosse il posto da essi riservato a Cristo nella loro vita. La chiamata a dare la vita vuole portare ad ulteriori conseguenze il tema della spiritualità, mettendo in discussione la totalità della nostra dedizione alla missione e quindi anche le strutture in e per le quali la realizziamo;

 – dall’altra parte, ci rendiamo conto dell’estrema rapidità con cui il mondo cambia, e del fatto che le nostre strutture fanno fatica a stare al passo con questo cambio. Se le strutture che la Congregazione si è dato sono servite alla realizzazione della sua missione in precedenti fasi della nostra storia, oggi, di fronte a un mondo che cambia, dobbiamo veri-ficare fino a che punto esse hanno una ragion d’essere. “Dare la vita per la Redenzione” non può limitarsi ad un atto di spiritualità intimistico, ma deve tener conto delle sfide che il mondo d’oggi ci pone.

5.Alla luce di questi motivi, vogliamo fare due ulteriori precisazioni:

 – collegando il “dare la vita” al cambio di strutture, non partiamo da un punto zero. Già gli ultimi Capitoli Generali hanno trattato alcuni dei temi spirituali accennati in questa Communicanda, e si sono interrogati sulla validità delle nostre strutture. Consideriamo tutto questo come parte della nostra memoria storica e come ulteriore spinta a cambiare, proprio per dare un approdo al cammino fin qui già fatto;

 – l’intento di questa Communicanda è soprattutto animare, avviando una riflessione. Ad esempio i temi della spiritualità e della missione delineati nella prima e nella seconda parte non sono accostati con preoccupazione dogmatica né trattati in modo esaustivo, essi vogliono solo preparare la successiva riflessione sulle strutture, e a partire da questa avviare nella Congregazione un graduale processo di trasformazione. A tale scopo la terza parte trova in questo testo un maggiore sviluppo, e va considerata come l’apporto specifico che questa Communicanda vuole offrire alla missione redentorista oggi.


I.Dare la Vita Oggi

Un tema coraggioso

  1. Certamente quello che il Capitolo Generale ha affidato a tutti noi per i prossimi sei anni, non è un tema facile. Dare la vita per l’abbondante redenzione è un pro-gramma ambizioso e controcorrente, non in linea con una tendenza oggi generalmente diffusa, che guarda con sospetto a chi si dà totalmente e senza riserve.
  2. Mentre oggi risulta così difficile impegnarsi a tempo pieno e definitivamente, in qualsiasi vocazione, il Capitolo ci sprona a dare la vita, e ciò non può essere fatto che “per sempre”. Quando molti vedono nell’uso senza regole della libertà personale un criterio per dire che una vita è riuscita, il Capitolo ci invita a fare delle nostre esistenze un dono. In un tempo in cui la salvezza rischia di passare da locus theologicus a tema di economia e politica, il Capitolo ripropone l’abbondante redenzione come qualcosa per cui valga la pena spendere i propri giorni.
  3. Se – come abbiamo ipotizzato poco fa – “dare la vita” chiama in causa le stesse strutture con cui realizziamo la nostra missione, anche in questo caso la scelta del Capitolo ci appare come una coraggiosa risposta alle sfide del nostro tempo. Sempre più ci rendiamo conto che il nostro è un mondo globalizzato, dove i problemi di una regione si ripercuotono immediatamente sulle altre, e dove una cultura rischia di diventare egemone rispetto alle altre (pensiamo solo all’uso di internet). Questo mondo, dove la comunicazione e la rapidità degli spostamenti sono alla base di una nuova antropologia, dove le migrazioni di masse e di etnie lasciano intravedere scenari nuovi di coabitazione e di confronto culturale, è per il Capitolo una sfida a ripensare le nostre strutture e a rapportarle alle nuove sfide della missione. In un tempo in cui il crollo delle ideologie lascia sempre minori speranze ai poveri per un futuro migliore e crea un divario sempre più netto tra loro e i ricchi, in un’epoca in cui lo sfruttamento della manodopera dei paesi poveri a vantaggio delle multinazionali delle nazioni più ricche raggiunge dimensioni scandalose, il Capitolo ci spinge a prendere posizione, e a dare la vita, non solo una parte di noi, ai più abbandonati.

Quale missione giustifica strutture nuove?

  1. All’interno di un mondo che cambia così rapida mente, a molti di noi sarà capitato di chiedersi se la missione redentorista abbia ancora un senso che la giustifichi profondamente, al servizio della vera redenzione dell’uomo, e soprattutto se essa abbia prospettive di futuro. Talvolta ci assale il dubbio se l’intuizione spirituale, missionaria e teologico-morale di sant’Alfonso, con tutta la tradizione che ne è nata, abbia ancora diritto di cittadinanza in questo mondo. Sappiamo bene che dalla risposta a queste domande dipende tutto: dalla pastorale vocazionale alla formazione che diamo ai nostri giovani, dalla predicazione missionaria, ai progetti di aiuto sociale e al nostro impegno per la giustizia e la pace, per finire all’assistenza che riserviamo ai nostri anziani. Solo una convincente e positiva risposta a queste domande può giustificare un ulteriore cambio delle nostre strutture, con il gravoso lavoro che esso comporta.
  2. Molti potrebbero attendersi da parte nostra una risposta esauriente, cosa che non costituisce l’oggetto principale di questa Communicanda. Altri vorrebbero trovarvi una dichiarazione ciecamente ottimista. Siamo ben consapevoli di star vivendo tutti ancora una fase di ricerca, di esodo duro e spesso arido, nel quale fatica a delinearsi un futuro credibile per la nostra missione, se non per la vita religiosa più in generale e per la Chiesa stessa. Pur tuttavia, non possiamo fare a meno di richiamare in queste pagine, seppur brevemente, alcune tracce di una investigazione tutta da proseguire, sia da parte dei nostri teologi che dei confratelli impegnati più direttamente nella pastorale. In realtà, più che delle tracce, ci sembra di intravedere dei solchi nei quali queste tracce dovrebbero essere ricalcate. Sono gli spazi vuoti creati dalle contraddizioni del mondo che sono poi le nostre stesse contraddizioni, sono dicotomie che comunque levano al cielo un grido di salvezza a cui toccherà rispondere.
  3. Pensiamo ad esempio allo spazio sempre più grande che oggi i diritti dell’individuo vanno conquistando: è possibile immaginare – e fino a quando – un mondo simile? E in che misura questi diritti individuali rischiano di erodere progressivamente il terreno proprio della solidarietà, l’unico che può far sperare in un futuro?

Se – soprattutto nei paesi più ricchi – sono il consumo e il piacere a dettare la sola ragione di vita, c’è da chie-dersi: ha ancora spazio la pietà nel cuore dell’uomo del nostro tempo?

Pensiamo poi al campo morale, dove oggi il senso di colpa è reso quasi nullo da un malinteso diritto alla libertà personale: pur tuttavia, quando è in gioco il bene comune, emerge prepotente un bisogno di etica, di correttezza politica e trasparenza negli interessi. Come conciliare libertà individuale e salvaguardia del bene comune? E di fronte al peccato consumato e denunciato, in che misura si è capaci di misericordia, quale fiducia viene accordata al peccatore e al suo riscatto? E se si concede perdono e possibilità di recupero, questi non sono visti come una scorciatoia per l’impunità?

  1. Guardiamo anche allo scacchiere del mondo d’oggi e al fatto che ormai si debba convivere con la costante paura del terrorismo: come coniugare il potente bisogno di pace da una parte, col diritto alla giustizia dall’altra parte?

Se passiamo al campo della comunicazione, anche qui c’è un proliferare di contraddizioni: nella misura in cui abbondano i mass media, non è spesso la condivisione profonda a mancare, dando luogo – in molti casi – ad una comunicazione povera e fredda? Inoltre, quante esistenze solitarie e problematiche si nascondono dietro l’utente di una chat, di una rete, di cellulari? Al di là di questo culto della comunicazione, non intravediamo il bisogno di un amore più grande, capace di dare senso a tutto ciò che esiste? E tutto questo non ci chiama ad annunciare in modo nuovo Dio amore, al di là delle paure con cui la gente lo avvicina e delle false immagini che spesso gli vengono attribuite?

Cristo Redentore, unica risposta alle molte domande

Sappiamo di aver posto semplicemente delle domande, perché sappiamo che una risposta è reperibile solo in una persona, Cristo. Sappiamo anche che troppo spesso non riusciamo a decifrare sia le domande che la risposta: le prime per via della rapidità del cambio in atto, la seconda forse per la nostra mancanza di fede. Ma nello stesso tempo sappiamo che solo Cristo “svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione”. [4]

Per la nostra missione di oggi e di domani, ancora Lui, il Cristo, non smette di essere la traccia sulla quale camminare, anzi la Via obbligata quanto necessaria: fare a meno di lui, dargli meno della nostra vita al servizio della Redenzione, è un tradimento perpetrato allo stesso uomo di oggi. Di questo, in effetti, dobbiamo renderci conto: ad essere esposta a seria minaccia è la stessa vocazione dell’uomo, il suo codice genetico, l’imma-gine e somiglianza per la quale egli è stato pensato. E davanti a questa minaccia la nostra missione trova il suo motivo di essere oggi e le sue prospettive per domani. Proprio di fronte agli scenari di oggi troviamo un‘urgenza più forte per la nostra missione, e con essa il diritto di invitare giovani e laici a condividere la nostra stessa vocazione.

II. Lasciarci Sedurre dall’Amore di Dio in Cristo

Fare tesoro del nostro cammino più recente

  1. Gli ultimi decenni sono stati per tutta la Congregazione un’occasione per rivisitare e approfondire il proprio carisma. Molto è stato detto circa i fondamenti biblici e la ricchezza teologica della copiosa redemptio. Testi più o meno voluminosi, articoli di riviste storiche e teologiche, tesi di laurea e di licenza sono stati dedicati allo specifico della nostra missione.
  2. Consideriamo tutto questo cammino come fondamento della nostra identità. Non pretendiamo riassumerlo in questa sede, né tanto meno metterlo in discussione, considerando anche alcune divergenze di lettura che tuttora sussistono tra i nostri studiosi. Forse di tutto questo lavoro sarà prima o poi necessario fare un bilancio o una sintesi, ma anche su questo intento non vogliamo qui soffermarci più del necessario.
  3. Ma proprio le ultime tappe del nostro cammino impongono alla nostra attenzione un punto dal quale non possiamo prescindere, e che a nostro parere – come abbiamo già ricordato all’inizio di questa Communicanda – deve ispirare la stessa ristrutturazione nella Congregazione. Già il Capitolo Generale del 1997 ci aveva chiamati a verificare ”il modo in cui nutriamo ed esprimiamo la nostra relazione con Gesù Cristo.” [5] Da parte sua, la lettera inviata alla Congregazione all’inizio di questo sessennio sottolineava il nostro “bisogno di lasciarci sedurre di nuovo dalla generosità assoluta e dall’amore salvifico di Dio che è donato in Cristo Gesù Redentore”. [6]
  4. In altre parole, se “Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8), quel che cambia è il nostro rapporto con lui, le “idee” che ci siamo fatti di Dio e conseguentemente della nostra stessa vita [7] , e la cui verifica è alla base di ogni trasformazione, fosse anche delle nostre stesse strutture.

La domanda che pertanto diventa cruciale è: a che punto è la nostra ricerca del volto di Cristo? Quali idee ci siamo fatti di lui? Per caso abbiamo smesso di tentare di capirlo? Conviviamo con lui come con un illustre sconosciuto, o – nel migliore dei casi – secondo imma-gini costruite da altri?

II nostro itinerario alla scoperta del volto di Cristo

  1. Anche Alfonso de Liguori dovette più volte rivedere le sue idee sul Cristo e conseguentemente cambiare il suo rapporto con lui. La sua formazione giovanile lo vide adeguarsi alle idee religiose proprie della sua epoca: un Dio giudice severo da una parte, e dall’altra un Cristo più vicino all’uomo che al Padre. Era Cristo che rappacificava l’umanità con Dio e ne calmava lo sdegno, grazie alla sua sofferenza espiatrice, lo stesso Cristo scarnificato che vediamo nella tela dipinta da Alfonso nel 1719.

A partire dal 1723, anno che segna la sua “conversione”, Alfonso comincia a sentire la sua vita come chiamata all’amore, e quindi come appello al dono di sè. Comincia a scoprire l’importanza del cuore nel suo rapporto col Cristo, e poi soprattutto in seguito alle prime esperienze pastorali e missionarie il ruolo della speranza e della gioia. Quando poi si decide per la fondazione del nostro Istituto, dopo mille consultazioni e tra laceranti dubbi, una sola cosa gli è chiara: egli deve “fare della città di Napoli un sacrificio totale a Gesù Cristo”. [8] Ma il suo itinerario spirituale non finisce sulle montagne di Scala: ancora le missioni, poi l’insegnamento della teologia morale ai suoi studenti, la redazione di opere come le Visite al Santissimo Sacramento (1745) e successivamente della Pratica di amare Gesù Cristo (1768) lo porteranno ad una sintesi cristologia matura e biblicamente fondata. Una sintesi che può essere definita così: l’amore del Padre trova la sua massima espressione nel darci suo Figlio, a sua volta fedele ritratto di Dio amore. E sono i misteri dell’incarnazione, della nascita, della passione e morte, dell’eucaristia i passaggi obbligati per capire l’infinita tenerezza di Dio, pur non oscurando del tutto altri tratti del volto di Cristo cari alla teologia del tempo, come quello della vittima sacrificale.

  1. Tutto questo può sembrarci pacifico ed acquisito sul piano teologico, e in ogni caso fa parte della conoscenza che abbiamo del nostro fondatore. Quel che ci è difficile immaginare è il percorso, storico, esistenziale e spirituale che Alfonso ha compiuto nel corso della sua lunga vita. Davanti al Cristo che va scoprendo in modo sempre nuovo, egli non si mette nell’atteggiamento del teologo speculativo. Il suo obiettivo è innanzitutto pas-torale. Egli ascolta, legge, raccoglie testi, riflette, soprattutto prega quel che va scoprendo: ma tutto tende a portare questo Cristo che va scoprendo a coloro che più ne hanno bisogno, vale a dire gli abbandonati, gli estromessi dai circoli teologici, dai salotti dei ben-pensanti, dalla normale cura pastorale assicurata dalla Chiesa, dalla dotta predicazione. E prima di tutto condivide questo stesso Cristo con la sua comunità redentorista, perché è la comunità il primo segno dell’abbon-dante redenzione, è la comunità il luogo a cui i poveri possono liberamente accorrere per attingere a questa scoperta.
  2. Non è un caso, dunque, che il Capitolo Generale ha voluto prima di tutto che la Congregazione vivesse il tema Dare la vita per l’abbondante redenzione in continuità con quello della spiritualità del precedente sessennio. [9] E non è un caso che – oltre che la ristrutturazione – fosse la professione religiosa e il nostro modo di viverla oggi [10] l’altra grande preoccupazione del Capitolo. Qualcuno potrebbe aggiungervi anche la solidarietà, ma secondo la nostra opinione – maturata anche leggendo gli stessi documenti del Capitolo Generale – la solidarietà rappresenta una delle dimensioni e delle ragioni che dovrebbero guidare la Congregazione alla ristrutturazione, più che una preoccupazione fine a se stessa.

Quanto alla professione religiosa, ecco un altro tema su cui ci auguriamo di tornare nel corso del sessennio, grazie anche alla collaborazione del Centro per la spiritualità redentorista. Quel che invece qui vogliamo sviluppare è il tema della ristrutturazione, un processo che ogni congregato è tenuto a condividere, facendolo nascere da un suo sempre rinnovato rapporto col Cristo, dal suo chiedersi incessantemente: come dare oggi la vita per l’abbondante redenzione?


III.  La Ristrutturazione al Servizio della Missione

Chiamati alla conversione

  1. Siamo chiamati alla conversione. Siamo chiamati a ri-esaminare il cammino fin qui percorso, a ridiscutere la nostra risposta alle esigenze attuali della missione redentorista, a rivedere il nostro stile di vita, la nostra mentalità e il nostro modo di organizzarci. Siamo invi-tati a rispondere con fedeltà creativa alle sfide della missione nel mondo di oggi. Siamo chiamati ad essere fedeli al carisma della Congregazione e allo spirito del fondatore. Siamo invitati ad approfondire la ricerca di nuove maniere di rispondere alle esigenze dell’an-nuncio del Vangelo, di annuncio della “copiosa redemptio” che troviamo in Gesù Cristo, non solo con un discorso nuovo, o con un linguaggio nuovo, ma con una testimonianza di vita rinnovata.
  2. A partire dal Concilio Vaticano II la nostra Congregazione, e con essa l’intera vita religiosa, è entrata in questo processo. Abbiamo rivisto le nostre Costituzioni e Statuti; ci siamo sforzati di stabilire le priorità e abbiamo cercato, con la grazia di Dio, di trovare il cammino della coerenza tra la nostra professione di fede e la nostra vita; tra la professione religiosa e la vita comunitaria dedicata alla carità apostolica. Abbiamo cercato di rispondere con carità apostolica alle esigenze della nostra vocazione comunitaria.

Un impulso che viene da lontano

  1. Già il decreto Perfectae Caritatis (1965) diceva con molta chiarezza: “Il rinnovamento adeguato della vita religiosa comporta allo stesso tempo il continuo ritorno alle fonti di ogni vita cristiana e all’ispirazione primi-genia degli Istituti, e l’adattamento di questi Istituti alle mutate condizioni dei tempi”. [11] Ma con altrettanta chi-arezza avvertiva: “I migliori adattamenti alle esigenze attuali avranno successo solo se saranno animati da un rinnovamento spirituale, al quale si dovrà sempre dare il primo posto, anche nello sviluppo delle opere esterne”. [12] Ribadiva che “un efficace rinnovamento e un adattamento possono essere ottenuti solo con la collaborazione di tutti i membri dell’Istituto” [13] e che “il modo di vivere, di pregare e di operare sia conveniente-mente adattato alle odierne condizioni fisiche e psichiche dei membri, come pure, per quanto è richiesto dal carattere di ciascun Istituto, alle necessità dell’apo-stolato, alle esigenze della cultura, alle situazioni sociali ed economiche, e ciò dovunque, ma specialmente nei luoghi di missione. Anche il modo di Governo degli Istituti sia sottomesso ad esame secondo gli stessi criteri”. [14]
  2. Nei decenni successivi al Concilio, le circostanze, la cultura, la mentalità e la coscienza degli esseri umani sono molto cambiati e continuano tuttora a cambiare. Sono in un processo di cambio permanente. Tutto questo ci obbliga a non fermarci ai passi già dati. La sequela di Gesù Cristo e la fedeltà al carisma della Congregazione richiedono da noi oggi un nuovo esame del nostro stile di vita, delle risposte missionarie che stiamo dando e del modo in cui ci organizziamo. Le strutture che abbiamo avuto dall’inizio e quelle che abbiamo oggi sono solo dei mezzi, che ci aiutano a realizzare meglio le finalità della missione.

II cammino proposto dagli ultimi Capitoli Generali

  1. Già a partire dal 1979 i Capitoli Generali ci hanno chiamato con insistenza alla conversione, collegando sempre più temi di natura spirituale e il bisogno di coerenza alla verifica delle strutture con cui realizziamo la nostra missione. Si può dire che questi Capitoli hanno rappresentato per la Congregazione una ricerca sempre nuova di identità, e un modo per attuare qualcosa che già troviamo sancito nelle nostre Costituzioni, che cioè “non possiamo lasciarci vincolare da quelle forme e strutture che renderebbero non più missionaria la nostra attività”. [15]
  2. Se vogliamo fermarci solo al decennio appena trascorso, ci basti ricordare il Capitolo Generale del 1991, che chiedeva al Governo Generale di cominciare un pro-cesso di ristrutturazione, tendente soprattutto a: “a) aiutare le Unità che quanto a personale sono inferiori a quanto richiesto dallo St. Gen. 088, come anche i gruppi di Unità che mostrano seri segni di declino nel personale; b) facilitare iniziative pastorali rinnovate che non sono facilmente gestibili da una sola Unità”. [16]
  3. Il XXII Capitolo Generale (1997) affermava: “Confermiamo il nostro impegno di Congregazione in continuità con i temi dei recenti Capitoli Generali. Si tratta di un processo che si sta gradualmente realizzando tra i Redentoristi. […] Riteniamo che la pratica di questo tema esiga da noi uno sguardo contemplativo sulla vita, che ci aiuti a leggere i segni dei tempi. Non è facile raggiungerlo, e richiede una conversione, che è dono dello Spirito. Chiediamo, perciò, che i Redentoristi centrino la loro attenzione sulla spiritualità come su di un fondamento, in modo che la Nuova Evangelizzazione sia edificata su di una roccia e non sopra la sabbia”. [17] Per spiegare il senso di questa opzione, il documento finale raccomandava: “La Congregazione assuma la spiritualità come tema per il prossimo sessennio. […] I Congregati, attenti all’indigenza spirituale di tante persone nella nostra società, cerchino mezzi nuovi e creativi per condividere con gli altri la propria eredità spirituale”. [18] Anche questo Capitolo chiedeva con insistenza al Governo Generale di continuare con il processo di ristrutturazione iniziato nel 1991. [19]
  4. Il XXIII Capitolo Generale (2003) ha assunto come tema del sessennio Dare la vita per l’abbondante redenzione. [20] Il messaggio finale dice: “vediamo questo tema in continuità col tema della spiritualità adottato dall’ul-timo Capitolo Generale […]. Noi crediamo che non ci sia una spiritualità redentorista che non sia missionaria e che non ci sia una missione redentorista che non sia radicata nelle ‘profondità di Dio’”. [21] E insiste: “vorremmo fermare l’attenzione su alcune conseguenze e sfide che Dare la vita per l’abbondante redenzione comporta”. [22] Si conferma anche la necessità di sottomettere a esame il nostro stile di vita, la nostra vita comunitaria, la testimonianza che diamo e di rivedere le nostre strutture, verificando come esse servono alla nostra missione: “Man mano che il Capitolo procedeva, diventava chiaro per tutti che la Congregazione dovrebbe affrontare la sfida della ristrutturazione nell’interesse della missione. La solidarietà può provocare molte strutture nuove e creative a tutti i livelli nella vita della Congregazione, specialmente nel campo della formazione e delle iniziative pastorali. Il P. Generale ci ha sfidato a pensare nella linea di nuove comunità internazionali e di nuove forme di governo Regionale. Dare la vita per l’abbondante redenzione pone domande inattese a tutti noi”. [23]

La necessità di rivedere le nostre attuali strutture

  1. Storicamente, le strutture della Congregazione sono state create per rispondere a una determinata espres-sione concreta della missione redentorista. Per natura loro, a differenza di quelle monastiche, le nostre strut-ture sono dinamiche, nascono per cambiare e per entrare periodicamente in discussione. Oggi tutti ci rendiamo conto che le esigenze della missione sono del tutto nuove e, pertanto, ci chiediamo se le strutture attuali rispondono alla missione di oggi. Questo è stato l’interrogativo posto durante l’ultimo Capitolo Generale, che ha individuato varie nuove sfide e ha voluto dare ad esse una risposta. Nella decisione riguardante la ristrutturazione, il Capitolo ha detto: “Le strutture amministrative della Congregazione non sono fine a se stesse, ma al servizio della missione. Al momento attuale c’è un consenso tra i Redentoristi sul fatto che le strutture della Congregazione a volte frenano una risposta creativa ed efficace alle urgenze pastorali dei nostri giorni”. [24] Il Capitolo, pertanto, chiede che “il Consiglio Generale continui nell’opera di ristrutturazione della Congregazione”. [25] Adesso siamo nella fase di riflessione, di analisi, di apertura, e di ricerca in vista delle decisioni da prendere.

Cosa intendiamo per “ristrutturazione”?

  1. Non è nostra pretesa definirla in modo esaustivo. Qui proponiamo solo una descrizione, o una nostra visione al riguardo. Pensiamo che la riflessione sulla ristrutturazione e l’impegno per la sua attuazione siano compito di tutti i Redentoristi. Vediamo la ristrutturazione come un processo, una dinamica di trasformazione personale e comunitaria, che esamina la realtà attuale, valuti le strutture che abbiamo, e si dispone a cambiarle se necessario perché siamo fedeli al carisma, al servizio della missione. Consiste fondamentalmente nel trovare nuove maniere di organizzarci, stabilendo nuove strutture, se necessarie, per poter rispondere con maggior fedeltà al carisma della Congregazione. Richiede una nuova sensibilità di fronte alle sfide attuali. Richiede una nuova mentalità, un nuovo modo di annunziare il Vangelo, un nuovo modo di testimoniare la copiosa redemptio. Ovviamente in tutto questo processo dobbiamo considerare anche il clima di fraternità che deve caratterizzare le nostre strutture, il fatto che esse siano “abitabili” e non solo un punto di arrivo e di partenza per la missione. Dobbiamo sottoporre a verifica i nostri modi di rapportarci e le dinamiche di animazione delle stesse comunità, dobbiamo riscoprire un fondo antropologico per le nostre strutture, che sono sempre al servizio della persona e del suo desiderio di vita. In ogni caso non si può pensare la ristrutturazione se non a partire da un discernimento serio che si pone in atteggiamento di conversione, di ricerca profonda della volontà di Dio.
  2. La ristrutturazione non può essere solo una reazione a situazioni che ci si presentano, e di fronte alle quali dobbiamo prendere posizione e agire. La ristruttura-zione deve nascere da un atteggiamento positivo. Non avrebbe senso fare una ristrutturazione alla maniera di una soluzione amministrativa. La sua urgenza non è legata al ridotto numero di vocazioni, o all’incertezza di fronte al futuro, non è motivata dal fatto che ci sono sempre meno Redentoristi in alcune Regioni mentre aumentano in altre, o perché c’è paura che un’Unità si estingua, o solo per continuare a sussistere, a soprav-vivere, senza alcuna preoccupazione per le esigenze attuali della missione. La ristrutturazione non va fatta per salvare una casa o opera a cui siamo particolarmente legati, chiedendo che un’altra Unità ci risolva il problema mandando qualche confratello. Essa non è un antidoto alle nostre paure o un modo per adeguarci a ciò che ci fa più comodo. Non è neppure una semplice ridistribuzione del personale.
  3. La ristrutturazione è un processo da avviare nella Congregazione perché essa possa rispondere meglio alle sfide del mondo attuale. Per entrare in questo processo è necessario chiedersi seriamente: sono le nostre attuali strutture effettivamente ed efficacemente al servizio della missione redentorista? Come funzionano queste strutture? Ci aiutano realmente ad adempiere alle esigenze del carisma e a rispondere alle urgenze pastorali del mondo d’oggi? A quali urgenze pastorali è chiamata a rispondere oggi la Congregazione? Quali strutture ci servono perché possiamo rispondere meglio a queste urgenze? Quali criteri abbiamo per identificare il nostro impegno con i più poveri e abbandonati? Cosa ci aiuta a discernere le vere urgenze pastorali?
  4. Se queste domande possono apparirci astratte o lontane dalle nostre normali occupazioni, portiamo qui alcuni esempi che ci fanno capire l’urgenza della ristruttura-zione. Pensiamo alla formazione iniziale, che rimane tra le preoccupazioni prioritarie per il Governo Generale e per tutta la Congregazione. Già l’ultima Ratio Formationis C.Ss.R. ha opportunamente applicato alla formazione un principio sancito già dalle nostre Costituzioni vale a dire la collaborazione con altre (Vice) Provincie, [26] per assicurare l’indispensabile qualità in questo campo: “se una Unità non può contare sul personale richiesto dalle comunità di formazione o sulle strutture adeguate per garantire la formazione in tutti i suoi elementi essenziali, deve cercare l’aiuto di altre Unità”. [27] Come far entrare questa urgenza nel processo di ristrutturazione?
  5. Pensiamo anche ai nuovi scenari rappresentati dalla migrazione dei popoli. Etnie provenienti dal Sud o Est del mondo si installano sempre più spesso in paesi del Nord e Ovest, in genere prive della necessaria assistenza pastorale. Pensiamo anche alla sorte a cui si trova esposto oggi il continente africano, non solo dal punto di vista economico-sociale del mondo, ma anche ecclesiale e redentorista. Alcune nostre Unità, che vi hanno generosamente lavorato nel passato, sono per diverse ragioni costrette a limitare o ritirare il loro impegno. Tutto questo non diventa per noi un grido di salvezza che ci interpella? In che misura ci dimostriamo eredi della generosità e della inventività dei redentoristi dei secoli passati?
  6. Ancora: ci sono Unità redentoriste nel Nord del mondo che da anni non registrano l’arrivo di nuovi candidati, o – se lo fanno – ne hanno un numero sempre più ridotto. Alcune di esse si sono rassegnate a scomparire. Altre fanno della loro situazione il criterio per decretare la morte della vita religiosa e della Congregazione in queste regioni. Non c’è il pericolo di adeguarsi a questa sensazione di sconfitta e ritenere impossibile una missione redentorista nei Paesi con maggiore benessere? Non ci provoca tutto questo a cercare nuove modalità di presenza e di annuncio?
  7. Infine, un esempio che troviamo nella disparità economica che la Congregazione fa registrare tra i 77 paesi nei quali essa oggi realizza la sua missione. Ci sono Unità che non hanno nessun problema economico e altre che sono costrette a rifiutare nuovi candidati, non avendo le necessarie risorse per guardare con fiducia al futuro. Non è questa situazione un appello a inventare nuove strutture di condivisione, per rendere effettiva e permanente la solidarietà tra noi?

Alcuni criteri per la ristrutturazione

  1. Ci sembra decisivo determinare con la maggior chiarezza possibile questi criteri per valutare la nostra fedeltà al carisma. Essa non si definisce a partire dai nostri talenti, o dai nostri interessi personali, o dalla nostra capacità o abilità per questo o quel tipo di ministero. Non è il successo personale e comunitario, non è la “brillantezza” di quel che facciamo e ancor meno il gusto personale o ciò che è più comodo per la comunità, a farci fedeli. Il criterio di fedeltà della Congregazione è la sequela di Cristo nell’evangelizzazione dei più poveri ed abbandonati. Pertanto ci chiediamo: stiamo lì dove dovremmo stare? Stiamo dove ci sono le maggiori urgenze pastorali?
  2. Ancora, ci preme interrogarci: in concreto, cosa significa “ristrutturazione” per ogni Unità, per ogni Regione della Congregazione? Quali strutture possono favorire meglio la relazione tra il Governo Generale e le Unità della Congregazione? Sono necessarie nuove strutture intermedie tra le (Vice) Province e il Governo Generale?
  3. Sappiamo di aver posto anche qui molte domande, ma con altrettanta certezza sappiamo che riflettere sui passi di questo processo spetta a tutti i Redentoristi: in ogni Unità, in ogni Regione, in tutta la Congregazione. La ristrutturazione è una conseguenza del processo di conversione, ma è anche un cammino verso la conver-sione ed espressione concreta della conversione comunitaria. E questo processo non può essere imposto dall’esterno. Deve essere il risultato di una nuova mis-tica missionaria, di un nuovo modo di testimoniare l’amore di Cristo.
  4. L’ultimo Capitolo Generale ha detto che “l’obiettivo generale di questa ristrutturazione è stimolare positiva-mente e solidalmente il dinamismo apostolico della Congregazione per la realizzazione della sua missione nella Chiesa. La Congregazione esiste per la missione e ha, pertanto, l’obbligo di adeguare ad essa le sue strutture”. [28] Con la ristrutturazione si cerca un funzionamento più efficace delle nostre strutture attuali, a livello Generale, (Vice) Provinciale e Regionale; si cerca una più forte solidarietà tra le Unità, nell’apostolato, nella formazione iniziale e permanente; si cerca un interscambio più efficace di personale tra le Unità della Congregazione precisamente per rispondere alle esigenze della missione e alle urgenze pastorali; si vuole una migliore coordinazione delle risorse economiche; e si vuole sostenere le (Vice)Province che affrontano particolari difficoltà di qualsiasi tipo. [29] Altre proposte emerse prima e durante il Capitolo dovranno essere prese in considerazione a tempo opportuno: come i criteri nuovi di rappresentanza al Capitolo Generale, il numero dei Consiglieri Generali e il tipo di loro relazione con le Regioni, una nuova divisione delle Regioni, ecc.

Un cambio più profondo

  1. In tal senso evidentemente la ristrutturazione esige un cambio di mentalità, un cambio di atteggiamenti, un cambio del proprio quadro di riferimento. Non pos-siamo rimanere per sempre legati alle strutture attuali. Per molti anni, all’inizio della storia della Congre-gazione non c’erano ancora Province. Molto sforzo fu riservato alla costituzione di comunità internazionali. In seguito, furono create delle Province e queste andarono sviluppandosi sempre più. Sorsero Vice Province e Missioni come espressione dello spirito missionario delle Province. Negli ultimi anni, stiamo lavorando molto con le Regioni, come struttura intermedia tra il Governo Generale e le Province. Non possiamo cadere nella trappola del “provincialismo” esclusivista. Né possiamo considerare la Congregazione come una semplice confederazione di Province. Costituiamo un corpo missionario internazionale, una grande comunità missionaria, il cui fine è “seguitare l’esempio del nostro Salvatore Gesù Cristo in predicare ai poveri la divina parola, come egli già disse di se stesso: Evangelizare pauperibus misit me” […], una comunità che “attua questa partecipazione col fervore missionario che la porta ad annunziare la buona novella ai popoli “più privi e destituiti di spirituali soccorsi”, specialmente ai poveri”. [30]
  2. E’ ovvio che ogni novità, ogni invito al cambio, produce in noi una certa paura, una certa insicurezza. In fondo è molto più facile convivere con le nostre abitudini collaudate, è sempre preferibile non mettere in discussione una mentalità, alla cui costruzione – consapevoli o no – abbiamo dedicato tanta parte della nostra vita. Non dobbiamo negare le nostre paure, ma neanche dobbiamo lasciarcene paralizzare. Siamo chiamati a dialogare con fiducia e speranza. Vedersi invitati a pensare alla ristrutturazione è in realtà un invito a convertirci all’abbondante redenzione. E’ crescere nella solidarietà interna per esprimere solidarietà esterna nella carità apostolica e così testimoniare l’amore di Dio e l’abbondante redenzione.

Un processo che ci coinvolge tutti

  1. Pensiamo che tutta la Congregazione, vale a dire ogni Regione, ogni Provincia e Vice Provincia, ogni comu-nità, deve entrare in questo processo di ristrutturazione. In molti casi si tratta di valorizzare quelle strutture che rimangono tuttora valide e mettere in funzione quei processi decisionali già previsti da Costituzioni e Statuti e che spesso non facciamo funzionare (principio di sus-sidiarietà, revisione oltre che programmazione, ecc.). Inoltre dobbiamo discernere, riflettere, approfondire, scoprire piste di cammino, individuare sfide, delineare i passi che dobbiamo dare in questo cammino di con-versione personale e comunitaria. E’ un processo che ci coinvolge tutti. Ognuna delle Regioni deve avviare un processo per individuare quali sono le sfide pastorali più urgenti, e quali gli ostacoli che impediscono una ris-posta agile e generosa a queste sfide.
  2. Il processo di ristrutturazione è allo stesso tempo globale e locale. Nel processo di discernimento c’è da essere molto attenti per rispondere ai criteri globali, bisogna guardare ai grandi cambiamenti che attraversano il mondo e disegnano le grandi prospettive del futuro. Ma la missione redentorista deve sempre essere inculturata, una risposta consapevole della realtà locale, che riguardi e influisca su tale realtà nella misura del possibile, in conformità a quanto dicono le Costituzioni 8-9, 17, 19. Allo stesso modo, la ricerca di maggiori urgenze a livello planetario, non deve far dimenticare le necessità pastorali più impellenti a livello di singole Regioni.
  3. Un cambio di mentalità richiede un certo tempo, però pensiamo che alcuni intenti vanno messi in atto già da adesso. Invitiamo tutti a seguire i passi segnalati dal XXIII Capitolo Generale. Dobbiamo ripensare le strut-ture della formazione iniziale e comunitaria; dobbiamo disporci a conoscere e imparare le lingue più parlate nella Congregazione; dobbiamo crescere in solidarietà; dobbiamo fare sforzi seri nella creazione di comunità internazionali. Pensiamo che ogni Regione deve impe-gnarsi almeno per una comunità internazionale in questo sessennio. Pensiamo che c’è da crescere nella solidarietà economica. C’è da rendersi disponibili alle urgenze pastorali a livello internazionale. Vanno evitati “accordi semplicemente bilaterali o esclusivamente tra Unità” e c’è da pensare in maniera più globale, mettendo le risorse al servizio di una collaborazione internazionale a partire da una visione comune più ampia. Quel che proponiamo non è una “centralizzazione”. Non vogliamo neppure cadere nell’estremo di una “decentralizzazione”, premessa alla dispersione. Quel che proponiamo è un cammino di condivisione, dialogo, solidarietà, di evangelizzazione inculturata, di testimonianza comunitaria profetica e liberatrice, senza dimenticare che già l’attuale nostra unità nella diversità è una testimonianza importante agli occhi del mondo.

Come proseguire col processo di ristrutturazione?

  1. Il Capitolo Generale ha indicato un cammino. Dice che “il Consiglio Generale costituirà una commissione che proporrà modelli e strategie per migliorare o riadattare le strutture attuali della Congregazione”. [31] Sono stati definiti anche dei criteri sul lavoro della Commissione, sul modo di comporla, sul dialogo costante e la stretta collaborazione col Governo Generale, sul fatto di consultare i confratelli, sul dover consultare altre Con-gregazioni per tenere conto delle loro esperienze, sulle relazioni da presentare, sulla possibilità concreta di creare, nel frattempo, strutture ad experimentum. [32]
  2. Molte cose restano ancora da chiarire, come ad esempio i compiti concreti della Commissione, e i rapporti di questa con gli eventuali “delegati del Superiore Gene-rale per le Regioni e sub Regioni”. [33] Vanno definiti i limiti di responsabilità e le varie scadenze del processo di ristrutturazione, e il modo in cui coinvolgere le di-verse Regioni. Pensiamo di far entrare tutti questi as-petti più concreti in un apposito progetto, di cui vi daremo comunicazione entro luglio 2004.
  3. Di fronte ad una sfida immane come la ristrutturazione, il rischio è quello dello scoraggiamento, se non di una resistenza al cambio. Ma è bene ricordare che la prima grande ristrutturazione è stata la redenzione, e a questo nostro processo è lo stesso Cristo che partecipa, lui che è venuto a fare di noi una sola famiglia, e a dare un senso di salvezza alle strutture con cui lavoriamo. In-sieme a lui riusciremo a guardare con più fiducia ai nuovi orizzonti che la storia ci spalanca e a individuare la strada per incamminarci verso di essi. Con lui e per lui riusciremo anche noi a dare la vita, perché anche il mondo l’abbia in abbondanza (Gv 10,10).

Conclusione

  1. Vi rinnoviamo i nostri saluti più cordiali, da estendere alle Monache del Santissimo Redentore, ai religiosi e religiose più vicine alla nostra spiritualità, ai giovani che si sentono chiamati al nostro Istituto, ai laici che collaborano più da vicino alla nostra missione, al popolo di Dio e soprattutto ai più poveri e abbandonati.

A nome del Consiglio Generale
In Cristo Redentore

Joseph W. Tobin, C.Ss.R
Superiore Generale

(Il testo originale è in italiano.)

[1] XXIII Capitolo Generale 2003, Orientamenti, 7.3.

[2] Tobin, Joseph W., Superiore Generale, Lettera a la Congregazione (prot. 0000 010/04), 2 febbraio 2004.

[3] Col termine “strutture” intendiamo la generale organizzazione che la Congregazione si è data nel tempo per adempiere alla sua missione e per il migliore coordinamento delle sue risorse: vale a dire la distinzione in Province, Vice-Province, Regioni, Missioni, ecc. In senso più ampio includiamo anche la maggiore o minore centralizzazione di tale organizzazione: ad esempio, sembra fuori di dubbio che la nostra Congregazione è tra le più “decentralizzate” nella Chiesa attuale, avendo favorito nel corso della sua storia – e sopratutto dopo il Concilio Vaticano II – una sempre maggiore autonomia delle realtà locali.

[4] Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 22.

[5] XXII Capitolo Generale 1997, Messaggio, 3.

[6] Tobin, Joseph W., Superiore Generale, Lettera a la Congregazione (prot. 0000 010/04), 2 febbraio 2004.

[7] Ibidem.

[8] Tannoia, Antonio Maria, Della vita ed istituto del venerabile servo di Dio, Alfonso Maria Liguori, Napoli 1798, I, 66.

[9] XXIII Capitolo Generale 2003, Messaggio, 3.

[10] XXIII Capitolo Generale 2003, Messaggio, 4.

[11] Concilio Vaticano II, Perfectae Caritatis, 2.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem, 4.

[14] Ibidem, 3.

[15] Cfr. Costituzioni C.Ss.R., 15; si veda tra l’altro e a titolo di esempio il XXI Capitolo Generale 1991, Documento Finale, 11.

[16] Ibidem, 62.

[17] XXII Capitolo Generale 1997, Orientamenti sul tema della spiritualità, Introduzione.

[18] Ibidem, 1.1; 1.2 e 1.3.

[19] XXII Capitolo Generale 1997, Postulata 9.1.

[20] XXIII Capitolo Generale 2003, Messaggio finale, 2.

[21] Ibidem, 3.

[22] Ibidem, 7.

[23] Ibidem, 11.

[24] XXIII Capitolo Generale 2003, Orientamenti, 11.

[25] Ibidem, 11.1.

[26] Costituzioni C.Ss.R., 141.

[27] Ratio Formationis C.Ss.R., Roma 2003, 53.

[28] Ibidem, 11.2.

[29] Ibidem.

[30] Costituzioni C.Ss.R., 1.

[31] XXIII Capitolo Generale 2003, Orientamenti, 11.3.

[32] Ibidem.

[33] Di questa figura ha parlato il Padre Generale nella sua relazione al Capitolo Generale.

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