Il dovere morale del cristiano di pagare le tasse e l’obbligo morale dello stato di non depredare il cittadino

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dal Blog dell’Academia Alfonsiana (https://www.alfonsiana.org/blog/)

La persona umana è, costitutivamente, essere sociale e può conseguire la sua pienezza soltanto relazionandosi con gli altri nella vita associata. La società, dove ciò avviene, è un insieme di persone, di famiglie e di altre società, ognuna con i propri fini, nei confronti dei quali lo Stato svolge un ruolo di servizio. Lo Stato, infatti, non deve invadere ambiti che non gli competono, ma deve piuttosto garantire le condizioni di libertà, facilitando ogni membro della società nel conseguire il proprio fine, combattendo le ingiustizie e favorendo l’armonia tra i singoli. In questo quadro, pertanto, il pagamento delle imposte non è espressione di sudditanza del cittadino allo Stato ma, piuttosto, fornisce le risorse necessarie allo Stato per perseguire i propri fini istituzionali a favore dei singoli membri della società. Potremmo dire che è interesse del singolo che le imposte siano pagate, in quanto esse non sono una limitazione dei diritti e della libertà dei singoli bensì, piuttosto, ne sono il necessario presupposto, perché senza Stato non esisterebbe il diritto e la libertà sarebbe assoggettata alla legge del più forte (Del Debbio). Pertanto versare il tributo da parte del cittadino, contribuisce al perseguimento dei suoi stessi fini e in generale alla giustizia.

Ovviamente il primo dovere etico compete allo Stato, in quanto deve dimostrare, attraverso i suoi atti, di comportarsi con onestà, particolarmente in ambito tributario. È stata esperienza anche italiana che nel momento in cui si è verificato un abbassamento della pressione fiscale, ciò ha favorito una risposta eticamente buona del cittadino, facendo registrare dal 1949 al 1956, non solo e non primariamente a causa dell’espansione della base imponibile, un aumento del gettito fiscale del 58%, con a fronte un aumento della spesa pubblica del 41%. Infatti, dopo la II Guerra Mondiale l’evasione era cresciuta ed era socialmente cresciuta la giustificazione, o almeno l’autogiustificazione, dell’evasione ma, in seguito, gli atti dello Stato italiano di quell’epoca produssero un’inversione di marcia, perché la diminuzione delle tasse riduceva la convenienza di evadere ed essendo l’imposta più sopportabile, agevolava l’emergere dei redditi in precedenza occultati, diffondendo nei cittadini la percezione di un’eticità del sistema fiscale.

Quando invece un sistema fiscale diventa oppressivo si assiste alla moltiplicazione di strategie legali e non, per evadere le tasse, vissute in molti casi come forme di legittima difesa dopo aver già versato un certo importo. Per esempio lo spostamento dei propri capitali all’estero, il ricorso a consulenti fiscali, l’individuazione di attività deducibili, il trasferimento delle imprese in altri Paesi, tutte cose che comportano risultati complessivi negativi sul gettito fiscale di un Paese e sul bene comune (B. Frey). Al riguardo, inoltre, San Tommaso ammoniva che i governanti con la tassazione possono peccare sia «se non si prefiggono l’utilità del popolo, bensì mirano solo a depredarlo», sia per il fatto che tassano «al di sopra della capacità [contributiva] del popolo» (Commento alla Lettera ai Romani).

Per la Dottrina sociale della Chiesa, comunque, non vi è dubbio che ogni cittadino debba sopportare una parte delle spese pubbliche come «dovere di solidarietà» e lo Stato, in quanto incaricato di proteggere e di promuovere il bene comune dei cittadini, abbia l’obbligo di ripartire fra essi soltanto carichi necessari e proporzionati alle loro risorse (cf. CDSC, n. 355), nella considerazione anche che: «La sottomissione all’autorità e la corresponsabilità nel bene comune comportano l’esigenza morale del versamento delle imposte» (CCC, n. 2240).

Leonardo Salutati

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