Educare il desiderio ed essere educati dal desiderio

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(dal Blog dell’Accademia Alfonsiana)

Come indicato alla fine del recente articolo Cosa vuoi? (Vedi cssr.news del 15 gennaio) sul desiderio in Jacques Lacan, desidero ora riflettere brevemente sulle implicazioni di questa linea di pensiero per la teologia morale.

Lasciatemi dire all’inizio che sono stato per molti anni, e rimango fino ad oggi, un fervente discepolo di Aristotele e Tommaso d’Aquino su questa questione. Il loro programma potrebbe essere riassunto nella frase “educare il desiderio” (A. MacIntrye). L’essere umano è visto come un essere essenzialmente razionale che ha il compito arduo di controllare i suoi vari desideri in modo che non rovinino il caos nella sua vita e in quella di coloro con cui si associa intimamente. L’unico modo per farlo è praticare atti di moderazione individuali ecc. In modo da sviluppare le virtù corrispondenti, che rendono possibile la vita morale. Tutto ciò costituisce un modello teorico e pratico di prosperità umana che ha servito generazioni di esseri umani in vari contesti culturali.

Il pensiero di Lacan, ispirato da Freud, però, inserisce questo schema in quella che tecnicamente viene definita “crisi epistemologica”. Una crisi epistemologica si verifica all’interno di una disciplina, come l’etica o la teologia morale, quando emergono nuovi dati che la disciplina non può spiegare con le sue teorie tradizionali. Quelle teorie devono essere abbandonate o trasformate se i nuovi dati si dimostrano inconfutabili. Poiché non credo che si tratti di abbandonare il modello tradizionale delineato sopra, mi chiedo come potrebbe essere trasformato …

Il primo passo in un tale processo (che richiederà decenni di assimilazione, se davvero verrà mai intrapreso in primo luogo) è identificare e verificare i nuovi dati inconfutabili. Di molte opzioni possibili, propongo a partire da questa lezione chiave di Lacan: la vita umana è più una questione di essere educati dal desiderio che di educare il desiderio. Dinamite! È il mio desiderio, il mio desiderio impossibile, e solo questo desiderio personale unico, che mi invita ad essere quello che sono. Non per irragionevole, futile indulgenza, ma per umile apertura a ciò che mi supera in modo così massiccio. Se mi limito a educare il mio desiderio rischio di immaginarmi un soggetto autosufficiente (la questione della grazia divina complica qui l’argomento ma non risolve ipso facto questo problema). Se permetto al mio desiderio di educarmi, cioè di condurmi fuori da questo illusorio autocontrollo, allora scoprirò alcune verità inquietanti ma salutari su cosa significhi essere umani, che è una faccenda molto più precaria di quanto generalmente raffigurato in teologia morale.

p. Martin McKeever, CSsR