Cosa costituisce un’etica cristiana di pace e conflitto?

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World War One Destruction, Altar in the church of Segusino. Austrian National Library (via unsplash.com)

(dal Blog dell’Accademia Alfonsiana)

Coloro che nella fede cristiana si impegnano per una riflessione equilibrata sulla pace e sui conflitti armati si trovano ad affrontare la sfida, sempre incompleta, di consentire alla moralità di essere ragionevole. In altre parole, lui o lei deve stare attento a non scegliere né la strada sbagliata della mortalità né quella dell’illusione; cioè né la gestione dell’ingiustizia e della sofferenza né l’accecamento di questi eventi. Questa esigenza deve essere soddisfatta anche dagli approcci scientifici e teologici.

Una visione equilibrata della pace e dei conflitti armati dal punto di vista dell’etica teologica significa considerare la pace come principio guida e obiettivo di atteggiamento e azione, nonché non ignorare l’esistenza del conflitto armato e descrivere l’uso della forza come legittimo in alcuni casi. casi estremi secondo criteri rigorosi. È una questione – per nulla simmetrica! – di un’inevitabile interrelazione tra etica della pace ed etica del conflitto.

Tuttavia, il proprium dell’etica teologica – cioè ciò che costituisce la sua specificità ed emerge dallo spazio pensiero-costitutivo della comunità dei credenti – entra in gioco più fortemente nell’etica della pace che in quella del conflitto, perché, riguardo la pace, l’etica consiste nello sviluppo di “parametri di orientamento” e richiede una “riconcettualizzazione” guidata dalla saggezza, mentre in relazione al conflitto armato si tratta più dell’elaborazione di “parametri di prova” e richiede una “riflessione dei criteri” guidata dalla saggezza. .

A mio avviso, l’aspetto più importante dell’etica teologica della pace e del conflitto è, tra molti altri, attraverso la dimensione escatologica in essa inerente, quella che evita sempre le minacciose trincee laterali dell’esagerazione demiurgica e della disperazione senza speranza. Soprattutto oggi il compito di percorrere questa stretta via è diventato ancora una volta molto comprensibile per noi.

In altre parole, l’etica teologica della pace e del conflitto è allo stesso tempo permeata da atteggiamenti di umiltà e di sobria speranza. Pensare e lavorare in questo modo significa riuscire a coniugare due cose in modo complementare. Da un lato, accettare con realismo ciò che supera le proprie possibilità, per non esagerare con il presunto “grande salto”, ma limitarsi a piccole e sicure tappe. D’altro canto, non arrendersi a ciò che è possibile qui e ora, significa non ridursi alla mera “minimizzazione del deficit”, ma piuttosto restare concentrati su ciò che c’è sempre oltre.

Su questa base è poi possibile lavorare in modo affermativo e costruttivo con la struttura graduale e dinamica della pace negativa e positiva. Questo è – in senso piuttosto figurato – saldamente ancorato alle sue fondamenta e rivolto verso l’alto per promuovere la crescita e in questo modo rende più giustizia alla vita umana e alla convivenza.

Il concetto minimalista di pace negativa significa che non esiste né guerra né minaccia di guerra, che le persone non sperimentano direttamente o temono concretamente la violenza fisica. Il concetto più ampio di pace positiva, al contrario, implica la riduzione delle difficoltà, l’evitamento della violenza e la mitigazione della mancanza di libertà e, significativamente, diritti di difesa e di partecipazione più estesi.

E anche se, nella centralità ultima dell’essere umano, una pace positiva in ambito interno e internazionale è una delle condizioni indispensabili affinché individui e comunità possano svilupparsi al meglio, in molti luoghi del nostro mondo occorre un adeguato impegno riguardano innanzitutto la pace del tutto negativa, che sembra essere così scarsa.

Il fatto che non ci sia guerra e non ci sia minaccia di guerra, che le persone non sperimentano o temono concretamente la violenza fisica diretta, richiede, in caso di aggressione palese, innanzitutto, di tendere responsabilmente il braccio dell’aggressore e di sostenerlo con uguale prudenza chi lo fa – con umiltà e sobria speranza.

Marco H. Schrage Comencini,
professore invitato dell’Accademia Alfonsiana

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