L’articolo di prof. Antonio G. Fidalgo CSsR, professore dell’Accademia Alfonsiana, pubblicato sul Blog dell’Accademia. La serie sulle parole-chiave del Giubileo 2025: Misericordia – Post 1/2.
Dalla nostra fede cristiana e alla luce della storia, senza dubbio, sottolineare il valore della misericordia è importante e significativo, dal momento che si tratta, come dice Kasper, di un «concetto fondamentale del Vangelo e chiave della vita cristiana»[1]. In una realtà molto complessa e varia, riproporre la misericordia come principio e come prassi della vita sarà una sfida. Come riconosce lo stesso Kasper, la misericordia è sospettata di essere considerata “ideologica”, da essere oppio alienante fino a essere un’alienazione cronica indifferente e superficiale. Tuttavia, potrebbe non essere così fuori luogo insistere sul fatto che ciò che continuerà a dare senso all’umanità non sono solo le risposte, così urgenti e necessarie, ma lo spirito e la chiarezza con cui queste risposte sono cercate e date. E qui dovrebbe entrare la prospettiva della misericordia cristiana.
Se basta un bottone come prova, c’è un bottone da mostrare perché è difficile da allacciare, perché rivela un’umanità che non è tale. L’atteggiamento che in generale molte persone e alcuni sistemi o strategie politiche attuali stanno adottando nei confronti del “fenomeno migratorio”, generalmente forzato per molteplici motivi, in molti casi carico di opportunismo e interessi mafiosi da una parte. In tutto questo, da un lato, c’è una grande complicità sistemica che si nasconde e si maschera. D’altra parte, le soluzioni peccano non solo di essere in gran parte anticristiane, ma anche di essere contro l’umanità stessa. Non bisogna dimenticare che il mondo appartiene a tutti gli esseri umani, e anche quando c’è una proprietà privata da rispettare, c’è sempre un’ipoteca sociale su di essa (cf. LS, n. 93; LE, nn. 14-15,19; SRS, nn. 33, 41; CA, nn. 30-31). È scandaloso continuare ad assistere a questo teatro di morti, espulsioni, centri di detenzione disumanizzanti ed emarginazione sistemica a cui questi esseri umani vengono deliberatamente esposti. Non possiamo più rimanere indifferenti; è proprio il «principio di misericordia» che esige, con tutta la sua forza sapienziale e profetica, visibilità e operatività attraverso l’amore e la giustizia.
A partire da queste prime espressioni, a titolo di premesse, ora vorremmo spiegare meglio, dalla mano di Jon Sobrino, ciò che intendiamo per «principio misericordia»[2].
Ciò che veramente ci sveglia dal sogno della disumanità, di continuare a guardare dall’altra parte, cercando un progresso indefinito a tutti i costi, è rivolgere il nostro sguardo, la nostra attenzione, alla realtà dei più poveri e abbandonati, delle vittime di questa presunta storia di progresso. La Teologia della Liberazione lo ha chiamato con il concetto più tradizionale: peccato, smascherando le sue bugie, personali, strutturali e sistemiche, è per questo che parla di una realtà “empecatada” (infestata dal peccato). Fu la forza cieca del peccato che uccise Gesù Cristo e continua a uccidere innumerevoli esseri umani oggi. Inoltre, si è scoperto che anche quando i discorsi e i progetti sono fatti per i più poveri, in fondo, come persone reali, non interessano a nessuno, sono considerati materiali di scarto, come papa Francesco sottolinea tante volte. Pertanto, Sobrino chiama questa realtà un mondo di crocifissi, che hanno bisogno di essere visti, riconosciuti e aiutati. La teologia cerca di contribuire a dare loro visibilità e a guidare prassi alternative di dignificazione.
Questa realtà richiede trasformazione, interpella per ciò che ha di maledizione e incoraggia per quello che ha come benedizione. Queste due realtà «sono unificate, fondamentalmente, nella reazione di misericordia verso i popoli crocifissi»[3]. Sobrino chiarisce che, soprattutto, la misericordia non si riduce a un’azione di mere “opere di misericordia”, ma ha come «struttura fondamentale la reazione di fronte alle vittime di questo mondo». Questo «consiste nel fatto che la sofferenza degli altri è interiorizzata in uno, e che la sofferenza interiorizzata porta a una re-azione (azione, quindi) e senza aggiungere altri motivi che il semplice fatto dei feriti sulla strada» (cf. il buon Samaritano). D’altra parte, dice che dobbiamo «sottolineare che la misericordia non è solo un atteggiamento fondamentale che è (o non è) all’inizio di ogni processo umano, ma è un principio che configura l’intero processo successivo». Pertanto, afferma Sobrino, «per “principio misericordia” comprendiamo qui un amore specifico che si trova all’origine di un processo, che resta presente e attivo lungo il processo, ne conferisce una determinata direzione e configura diversi elementi all’interno del processo»[4].
Questo principio essenzialmente teologico/cristologico diventa, subito, una chiave centrale per l’ecclesiologia. Secondo Sobrino «questo principio misericordia è quello che deve agire nella Chiesa di Gesù; e il pathos della misericordia è ciò che deve informarla e configurarla», poiché, se questa Chiesa «non è, prima di tutto, una buona Samaritana, tutte le altre cose saranno irrilevanti e persino pericolose se si fanno passare come un suo principio fondamentale»[5].
Pertanto, in definitiva, per Sobrino, tutta la teologia dovrebbe essere «intellectus» (teoria) «misericordiae» (prassi). Queste due dimensioni non solo non sono due realtà parallele o estranee tra loro; al contrario, una dipende dall’altra per la loro comprensione, e possono essere conosciute solamente all’interno di una reciprocità relazionale, nella modalità di una circolarità configurazionale. Ebbene, si parte da una reazione di prassi, si sente e si sperimenta la misericordia di fronte alla sofferenza ingiusta delle vittime, si riflette su di essa, per poi ritornare a fortificare e indirizzare meglio una prassi di trasformazione con lo stesso impulso di misericordia che le ha dato origine. In questo senso, la misericordia è «principio», poiché è doppiamente all’origine dell’esperienza e, a sua volta, genera azione durante il processo che segue quell’esperienza. Di conseguenza, la Teologia non è altro che «un’intelligenza della realizzazione dell’amore storico per i poveri di questo mondo e dell’amore che ci rende simili alla realtà del Dio rivelato, che consiste, in breve, nel mostrare amore agli esseri umani»[6].
Dunque, o la verità cristiana rende esplicita la misericordia e il suo potenziale liberatore, che smaschera tutte le menzogne e le ingiustizie, o semplicemente non è tale. È la misericordia il vero pathos della verità che ci fa liberi. Per questo motivo, l’amore misericordioso deve essere storicizzato come giustizia e dignificazione, a livello personale, strutturale e sistemico. È ciò che abbiamo imparato secondo il modello samaritano o paradigma di misericordia[7]. Un paradigma, quest’ultimo, che, come si può osservare, sottolinea la priorità della prassi, è la misericordia in azione che porta più tardi a presentare la misericordia come il principio di ogni azione che abbia la pretesa di essere una manifestazione dell’azione di Dio nella storia. È da qui, da dove possiamo trovare ciò che oggi viene solitamente chiamato «cultura della misericordia». Ieri come oggi, non possiamo continuare a tenere alta la riflessione sulla misericordia e la sua centralità evangelica, se poi, allo stesso tempo e con la stessa forza, non sono sostenute applicazioni e azioni concrete dove tale misericordia è più che evidente[8]. Si potrebbe dire che la misericordia si pone, perciò, come istanza primaria per verificare l’autenticità evangelica di qualsiasi proposta morale cristiana e umana: compito della teologia perché compito dell’essere ecclesiale, come abbiamo detto. È noto come, già abbiamo segnalato, che l’attuale papa Francesco ha fatto della misericordia una realtà centrale, stimolante e programmatica[9]. La sua proposta di una «Chiesa in uscita» (cf. EG, n. 20-24) ha la sua motivazione fondamentale nel «desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva» (EG, n. 24). Questo perché il Papa è convinto che «la salvezza che Dio ci offre è opera della sua misericordia. Non esiste azione umana, per buona che possa essere, che ci faccia meritare un dono così grande. Dio, per pura grazia, ci attrae per unirci a Sé. Egli invia il suo Spirito nei nostri cuori per farci suoi figli, per trasformarci e per renderci capaci di rispondere con la nostra vita al suo amore» (EG, n. 112). Da qui, e con l’impulso della «sinodalità» e di questo «anno giubilare» radicato nell’esercizio della «speranza», speriamo di poter sviluppare un’etica sinodale e misericordiosa, un’etica del camminare insieme, con umiltà e coraggio (cf. EG, nn. 40-45), orientata da e per la prassi di un amore che non ha frontiere.
[1] W. Kasper, Misericordia. Concetto fondamentale del vangelo – Chiave della vita cristiana, Queriniana, Brescia 20132. Per questa parte consideriamo in modo speciale questo lavoro, qui in particolare il suo primo capitolo: «Misericordia. Un tema attuale, ma dimenticato», 7-36. Cf. A.G. Fidalgo, «El rostro de la misericordia. Principio y proceso de credibilidad», in Moralia 39 (2016) 123-160.
[2] Cf. J. Sobrino, El principio-misericordia. Bajar de la cruz a los pueblos crucificados, Sal Terrae, Santander 1992.
[3] J. Sobrino, El principio-misericordia, 25-27 [Nostra traduzione].
[4] J. Sobrino, El principio-misericordia, 32, cf. 32-38. Sobrino, sottolinea, più volte, che questo principio «informa tutte le dimensioni dell’essere umano: quella della conoscenza, quella della speranza, quella della celebrazione e, ovviamente, quella della prassi. Ognuna di loro ha la propria autonomia, ma tutti possono e devono essere configurate e guidate da un principio fondamentale. In Gesù, come nel suo Dio, pensiamo che questo principio sia quello della misericordia», 38.
[5] J. Sobrino, El principio-misericordia, 38-45; qui 38.
[6] J. Sobrino, El principio-misericordia, 70-75; qui 70-71.
[7] Cf. J. Sobrino, El principio-misericordia, 256-263.
[8] Cf. J. Sobrino, El principio-misericordia, 211-248; W. Kasper, Misericordia…, 247-257; 268-303.
[9] Per esempio, nella sua programmatica Esortazione apostolica Evangelii gaudium (24.11.2013), il concetto misericordia appare un significativo numero di volte (30) distribuito in tutti i capitoli, poi ritorna anche 3 volte l’aggettivo misericordioso e una volta misericordiosa. Esemplare per la chiarezza, per le volte che si usa questo concetto (10) e per il suo carattere provocatorio, è il n. 193 dove cerca sinteticamente di rileggere «alcuni insegnamenti della Parola di Dio sulla misericordia»; in AAS 105/12 (2013) 1019-1137.




