6 novembre: ricordare i nostri martiri significa rinvigorire il carisma redentorista

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Il 6 novembre la Famiglia Redentorista ricorda i martiri spagnoli di Cuenca e Madrid, beatificati nel 2013 e nel 2022. La loro testimonianza, suggellata in tempi di persecuzione, continua a ispirare il rinnovamento del carisma redentorista in un mondo che affronta nuove sfide.

“È curioso che tutti i redentoristi del XX secolo che hanno raggiunto la santità lo abbiano fatto come martiri”. Lo ha sottolineato Antonio Manuel Quesada Montoro, CSsR, vicepostulatore della causa, in un’intervista a Religión Digital(25/10/2022). Sebbene l’obiettivo fosse quello di informare sui 20 redentoristi martirizzati in Spagna durante la persecuzione religiosa – 6 a Cuenca, 2 a Valencia e 12 a Madrid – le parole di padre Quesada hanno rivelato qualcosa di più profondo: un nuovo modello di santità che risuona in una società molto diversa da quella di allora.

A questi si aggiungono i 5 beati martiri greco-cattolici beatificati da San Giovanni Paolo II — 4 dall’Ucraina e 1 dalla Slovacchia. «Inoltre — ha commentato padre Quesada — manca il processo dei 30 polacchi della comunità di Varsavia martirizzati dai nazisti nel 1944».

L’Europa, scenario inaspettato del martirio

In occasione della beatificazione dei martiri di Cuenca, nel 2013, l’allora superiore generale dei Redentoristi, padre Michael BrehlCSsR, scrisse in una lettera circolare: «Durante i primi duecento anni della Congregazione del Santissimo Redentore, nessun missionario redentorista era stato ucciso o riconosciuto come martire dalla Chiesa. Sant’Alfonso sognava missionari che annunciassero il Vangelo in terre lontane e abbracciassero il martirio per fedeltà a Cristo. Ma prima del 1936, nessun redentorista aveva subito il martirio per la fede.

Dubito che Sant’Alfonso immaginasse che i primi martiri della sua Congregazione sarebbero stati in Spagna. È eccezionale che, dal 2001, la Chiesa abbia riconosciuto undici redentoristi che hanno dato la vita per Cristo e il suo popolo, tutti nel XX secolo e tutti in Europa: Spagna, Ucraina e Slovacchia”.

Celebrare i nostri martiri significa attualizzare il carisma redentorista

Nove anni dopo, nell’ottobre 2022, si è celebrata a Madrid la beatificazione di altri 12 redentoristi che hanno subito anch’essi una morte martiriale durante la guerra civile spagnola del 1936. Questa cerimonia ha avuto grande risonanza in tutta la Famiglia Redentorista e ha sollevato una domanda necessaria: che significato ha oggi la testimonianza di quei confratelli per le nuove generazioni?

«I martiri sono l’esempio vivente che la parola e la solidarietà rafforzano ogni debolezza, trasformano il cuore egoista e scoprono, nella loro semplicità, la gioia del Vangelo che nessuno può portare via», ha scritto p. Francisco Javier Caballero, CSsR (editoriale di Icono, ottobre 2022). E continuava: «Per noi celebrare il martirio di questo piccolo gruppo di redentoristi deve significare il rinnovamento delle nostre forme, l’apertura delle nostre comunità, la conversione delle nostre economie e l’avvicinamento più sincero e costante alla Parola che guarisce e cambia, che solleva il debole e alza la voce per gli oppressi».

Padre Rogério Gomes, CSsR, Superiore Generale della Congregazione, durante la messa di ringraziamento per la beatificazione, ha detto: “Il martirio non è qualcosa di lontano da noi. Il martirio della fame, della guerra, della violenza, dell’immigrazione, della povertà che affligge milioni di persone, dell’esclusione sociale, del fondamentalismo religioso e politico, di coloro che lottano per la giustizia dei più poveri e sono perseguitati e uccisi. Queste persone vivono sulla propria pelle la passione di Cristo. Per questo, quando celebriamo i nostri martiri, ricordiamo anche i martiri di oggi: uomini, donne e bambini che lottano per un mondo migliore o muoiono silenziosamente e crudelmente come vittime del peccato sociale.» (omelia a Madrid, 23 ottobre 2022).

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