Il Presepe in Piazza San Pietro, realizzato dalla Diocesi di Nocera Sarno, riporta la figura di sant’Alfonso Maria de Liguori, autore di Tu scendi dalle stelle e simbolo di un Natale che unisce teologia, musica e devozione popolare. A esplorare questa tradizione è il volume Il Presepe. Origini, storia, significato (Edizioni Cantagalli, 2025) di Cettina Militello e Crispino Valenziano: un percorso tra Vangeli, arte, liturgia e cultura, che rivela come il presepe sia ancora oggi uno specchio vivo del Mistero dell’Incarnazione. A questi temi dedica una riflessione p. Vincenzo La Mendola CSsR nella sua recensione.
C. Militello – C. Valenziano, Il Presepe. Origini, storia, significato, Edizioni Cantagalli e Edizioni Frate Indovino, Siena-Perugia 2025, pp. 207.
L’inaugurazione del Presepe, realizzato dalla Diocesi di Nocera Sarno, in Piazza San Pietro, ha riacceso l’attenzione dei media e delle migliaia di visitatori da ogni parte del mondo, sulla figura di sant’Alfonso Maria de Liguori, raffigurato nell’atto di comporre il celebre canto Tu scendi dalle stelle. Musiche e parole, universalmente note e da tutti cantate, legano il dottore della Chiesa al Mistero dell’Incarnazione, su cui si concentra parte della sua produzione teologico-spirituale, e alla sua narrazione popolare. A tal punto che sant’Alfonso è ormai considerato – alla stregua di S. Francesco – uno dei santi del Natale.
Ma la focalizzazione sulla produzione di opere teologiche e devozionali, legate al mistero del Natale e alla sua narrazione popolare, in musica e poesia, non si ferma alle rappresentazioni plastiche. Passa alla letteratura più specifica. Come nel caso del recente contributo dei teologi Cettina Militello e Crispino Valenziano che troviamo in libreria e che si presenta come un testo utile e pedagogico, sotto diversi aspetti, per la preparazione all’Avvento e al Tempo di Natale.
Il volume, arricchito dalla Prefazione di Piero Marini e dalla Postfazione di Vittorio Francesco Viola, propone uno straordinario percorso di narrazione, partendo dai luoghi che, in modo diverso, custodiscono la memoria del Presepe, per passare poi attraverso le pagine dei Vangeli canonici e apocrifi; la riflessione dei Padri; la tradizione francescana; la contemplazione della Liturgia; la vivacità della narrazione popolare; l’intuizione del mistero che è proprio della poesia; la musica che è colonna sonora dell’evento, fin da quando gli angeli si esibirono nel silenzio della notte di Betlemme in un inatteso concerto per pochi sconcertati pastori. Non una semplice, cronologica e nostalgica rivisitazione del presepe, ma un tentativo – ben riuscito – di cogliere la capacità dinamica di riacquisizione e comprensione del mistero (Postfazione, 193). Un interessante excursus storico-teologico-antropologico, spirituale, liturgico e letterario che ripercorre la tradizione cristiana sulle modalità di rappresentazione – ad ampio raggio – del Mistero del Natale, sapientemente orchestrato in tre grandi nuclei tematici: 1. Le tradizioni visive; 2. Le tradizioni letterarie; 3. Dio diventa uomo affinché l’uomo diventi Dio. È inoltre, arricchito da preziosi rimandi e note bibliografiche e da un ricco inserto fotografico.
La nostra attenzione però viene catalizzata dal capitolo dedicato a Le narrazioni popolari (127-133), in cui gli Autori analizzano un fenomeno antropologico cha un forte risvolto sulla fede dei semplici: la composizione del presepe si accompagna a canti che esprimono profondamente la partecipazione popolare. Tra i più disparati titoli che offre il repertorio natalizio vengono scelti due canti: Il primo meno noto nella sua forma più aulica, è un tutt’uno con la tradizione popolare napoletana. Il secondo appartiene invece alla tradizione popolare siciliana.
Non è difficile supporre che il canto in oggetto è Quanno nascette Ninno, composto forse nel dicembre 1754, titolato in origine “Per la Nascita di Gesù” e pubblicato nel 1816 con questo titolo. Gli Autori fanno notare che in questo lasso di tempo che ci separa dalla data della sua composizione ci sono state molte riedizioni e modifiche. Diverse anche in tempi a noi vicini – puntualizzano – le interpretazioni, che si possono rintracciare nella nutrita letteratura inerente. Prima di proporre integralmente il testo, ancora viene precisato che Una sorta di sua volgarizzazione è il più noto “Tu scendi dalle stelle”. Ma l’originale è assai più complesso sotto il profilo descrittivo e, osiamo dire teologale. Sottolineature necessarie che ci consentono di approcciare il testo correttamente e di comprenderlo, non soltanto come una semplice – per quanto geniale – composizione poetico/musicale, ma come un piccolo trattato di Teologia popolare sul mistero dell’Incarnazione e della Nascita di Cristo. Lo fanno rilevare con più accuratezza, gli Autori nel breve, denso commento che offrono in conclusione. Essi colgono che nello sfondo vi è la narrazione lucana e l’influsso di altre pagine vetero e neotestamentarie. Ma il canto dà spazio innanzitutto al gioco oscurità/luce. La nascita del Bambino Gesù è tutta nel segno della luce. E in questa cornice – fanno osservare – l’intero creato si faccia esso stesso festoso annuncio/celebrazione della Nascita del Signore, in una sorta di quella che loro stessi definiscono venerazione cosmicadel Mistero, che aveva già caratterizzato il presepe di Greccio (p. 115). Focalizzando l’attenzione sulla metafora della vite – parabola della fioritura dell’intero creato nella rigidità dell’inverno – con metafora teologicamente pregna, è Ninno la vite vera (cfr. Gv 15) il grappolo il cui amore fa dolce la bocca e ubriaca il cuore.
Con altra evocazione teologicamente accorta il testo presenta l’Instaurarsi di un’epoca di gioia e di pace. Sullo sfondo la celebre profezia di Isaia 11, 6-8.
Il commento si concentra sulle figure chiave della narrazione: gli angeli e i pastori, figure caratterizzanti ogni presepe, additate – da sant’Alfonso – con accenti straboccanti d’affetto nell’atto di accarezzare e baciare il bambino, mentre sentono come un assaggio di paradiso. Angeli e pastori pieni di incontenibile gioia cominciano a cantare insieme a lei – Maria – tanto che il Bambino cullato dalla loro ninna nanna sereno si addormenta, offrendoci una suggestiva scena bucolico agreste, tipica del Settecento italiano, e nella fattispecie, meridionale, nella sua forza icastica. S. Alfonso con la sua inconfondibile sensibilità pastorale apre nella sua composizione anche una finestra sulle realtà ultime, tema ricorrente nella sua vasta produzione, spostando l’attenzione sull’unico luogo dove non si fa festa – chiosano gli Autori – ossia l’inferno. Da lì il passaggio alla presa di coscienza d’essere peccatori e perciò bisognosi di misericordia e di perdono. Il canto si chiude con l’invocazione a Maria: sostenga il pianto di chi si pente con la sua preghiera di Madre.
Volutamente non si offre il commento di tutte le strofe, ma soltanto di alcune che nell’economia del testo sono rappresentative dell’impianto teologico che vi soggiace. In questo modo si offre un sostanzioso assaggio e si rimanda ad un approfondimento personale, magari con l’avallo di altri saggi sull’argomento e/o di una lettura o commento personale.
Al di là delle preziose suggestioni proposte dai due teologi siciliani, emerge come un dato di fatto ormai consolidato, la straordinaria capacità di sant’Alfonso di creare testi, musiche, rappresentazioni, finalizzate all’evangelizzazione delle masse popolari delle periferie sperdute del profondo sud dell’Italia del suo tempo. Evangelizzare non soltanto con la parola o con l’uso di registri retorici classici, ma privilegiando una via preferenziale quella delle emozioni e del sentimento religioso. Motivo per il quale le canzoncine alfonsiane conservano una evidente attualità e non sono soggette al deleterio “passaggio di mode”, a cui, possono andare incontro, canti e composizioni di altro genere, dove la teologia e la Sacra Scrittura non hanno implicazioni e dove il target commerciale paga il prezzo della breve stagione e poi dell’oblio. Non così per sant’Alfonso, anche nella poesia e nella musica: perenne e vivo, straordinariamente attuale, come il Vangelo che sbriciola ai poveri abbandonati, del suo tempo, e anche del nostro.
P. Vincenzo M. La Mendola C.Ss.R.





