Un articolo del prof. A. G. Fidalgo CSsR, pubblicato sul blog dell’Accademia Alfonsiana
«Cultura» è la parola guida per l’anno accademico 2025-2026. È interessante e può essere stimolante. Ma cosa ci dice e come poterla concretizzare nei diversi aspetti e dimensioni del percorso accademico? Dal punto di vista della configurazione umana è un elemento base e integratore, oltre a poter essere un luogo di manifestazione e realizzazione della nostra umanità, nella sua più ricca e genuina diversità.
Possiamo accedere a questo invito dalla ricerca di una «cultura accademica», una «cultura dello studio e della ricerca», una «cultura dell’incontro», una «cultura del dialogo», una «cultura morale», una «cultura alfonsiana», una «cultura ecclesiale», una «cultura missionaria», «cultura dell’amore e della pace», una «cultura della cura», e così potremmo continuare a definire assiologicamente la cultura evidenziando la sua ampiezza, diversità e grande potere di qualificare le più semplici e profonde realtà umane, e in questo caso particolare, quelle che si trovano e si sviluppano in un contesto accademico romano, locale e universale.
Ogni realtà culturale, essendo una realtà umana è piena di bellezza con le sue grandi possibilità di essere un luogo di arricchimento e di espansione; ma, allo stesso tempo, può essere motivo di omologazioni, di luoghi di controllo, di «colonizzazione» e chiusura dove la nostra umanità può perdere l’apertura verso nuove espansive alternative di realizzazione. Ci sono culture molto sicure di sé stesse, più preoccupate a mantenere con aria di superiorità le loro identità fisse e irremovibili, che non permetteranno mai che altre culture non solo si avvicinino ma pretendano di essere considerate con la stessa uguaglianza e dignità di esistenza e convivenza. Questa tensione può essere molto evidente come solo latente, e per questo bisogna prestare attenzione, discernere e sapere come poter affrontare questo reale, duro e impegnativo panorama. Perché ci sono culture che sono «ponti» e altre che si presentano come «muri».
Il paradigma culturale non è solo uno stile o un insieme di esperienze che possono configurare posizioni e prospettive; è questo, ma molto altro. È una chiave che può indicare orizzonti aperti o chiusi, strade percorse e anche inedite, luoghi d’incontro o di scontro, possibilità di migliori integrazioni o di dolorose disintegrazioni ed esclusioni. È una chiave che include elementi adattivi e creativi, la sapiente combinazione di entrambi può portare a migliori realizzazioni umane e accademiche. All’interno di questo panorama si possono stabilire diverse comprensioni che fanno parte del nostro ambiente accademico, qui ne scegliamo solo due che ci sembrano altamente significativi. 1) Cultura come orizzonte d’ispirazione; 2) Cultura come luogo umano di realizzazione e trasformazione.
1) La cultura come orizzonte d’ispirazione: la formazione accademica può rendere possibile una cultura di scambi a partire dall’apertura e dalla profondità. Sarebbe opportuno che, senza che ognuno debba abbandonare i rispettivi orizzonti culturali, il cammino accademico potesse rendere possibili processi che siano luoghi in cui e da cui si stimoli la creatività, l’innovazione e la trasformazione personale, sociale, strutturale e sistemica delle coscienze e delle stesse realtà in cui viviamo e che vogliamo servire. Per questo, la cultura come orizzonte, dovrebbe offrire conoscenze, valori ed espressioni che contribuiscano ad ampliare la nostra visione del mondo, delle diverse realtà umane, storiche, sociali e religiose, aprendo sempre nuove possibilità di interpretazione e di realizzazione. Questo primo elemento sarebbe auspicabile che fosse presente prima di tutto come atteggiamento relazionale e poi come pratica ispiratrice in tutti i Corsi, Seminari, lavori, esami, eventi e altre attività che compongono il tessuto della nostra vita accademica. Dunque, fare dell’interculturalità una realtà stimolante ma allo stesso tempo strutturante di ogni studio e ricerca.
2) Cultura come luogo umano di realizzazione e trasformazione: dal paradigma culturale si potrebbero sostenere processi in cui la formazione accademica integrale punta, ad ogni passo, a offrire spazi ed elementi sia teorici che pratici, che, assumendo sia le resistenze che gli eventuali dissensi, possa dare luogo a migliori realizzazioni e comprensioni, da reali trasformazioni nei modi di elaborare ciò che si è e che si può essere, dallo spazio formativo. Questo aspetto implica dare luogo a posizioni aperte e critiche, capaci di intraprendere l’avventura della condivisione nello studio e nella vita, sapendo che molto o tutto non sarà uguale alla fine del processo e che, sia come sia, sarà sempre meglio che restare con il proprio e quello di sempre come unico bagaglio per continuare a fare storia e servire nella prospettiva di una teologia morale in chiave alfonsiana. Bisogna avere l’umiltà e il coraggio di sporcarsi le mani nell’inserimento nelle realtà più impegnative, negli studi più intricati e controversi, nel coltivare la profondità nell’analisi e aprirsi sempre di nuovo alla freschezza del vangelo che richiede di essere sempre in ascolto per comprendere, includere, accompagnare e indicare nuovi orizzonti liberatori e umanizzanti. Come ha detto recentemente papa Leone: «Le università cattoliche hanno un compito decisivo: offrire “diaconia della cultura”, meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili, per toccare le ferite della storia e cercare, nello Spirito, sapienze che nascano dalla vita dei popoli» (Disegnare nuove mappe di speranza, 9.3).
In breve, si potrebbe sintetizzare quanto detto, con questi moniti che ci ha lasciato papa Francesco (mentre invitiamo a rileggere i vari numeri riferiti che possono dare contenuto e fondamento a quanto detto sopra):
«La proposta è quella di farsi presenti alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte della propria cerchia di appartenenza. In questo caso, il Samaritano è stato colui che si è fatto prossimo del Giudeo ferito. Per rendersi vicino e presente, ha attraversato tutte le barriere culturali e storiche. La conclusione di Gesù è una richiesta: «Va’ e anche tu fa’ così» (Lc 10,37). Vale a dire, ci interpella perché mettiamo da parte ogni differenza e, davanti alla sofferenza, ci facciamo vicini a chiunque. Dunque, non dico più che ho dei “prossimi” da aiutare, ma che mi sento chiamato a diventare io un prossimo degli altri» (Fratelli tutti, n. 81; cf. nn. 83; 133-134; 141; 143-144; 146-151; 191-192; 199; 215-220; 224).
«Il mondo cresce e si riempie di nuova bellezza grazie a successive sintesi che si producono tra culture aperte, fuori da ogni imposizione culturale» (FT, n. 148).



