“Mater Populi fidelis”: alcune chiavi di lettura, precisazioni e un’introduzione alla lettura

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(Foto: De Angelis Adam/pixabay.com)

P. Vincenzo M. La Mendola C.Ss.R. propone una lettura guidata della “Mater Populi fidelis”, nota dottrinale emanata dal Dicastero per la Dottrina della Fede, con l’obiettivo di offrire chiarezza e strumenti di discernimento sul ruolo di Maria nella storia della salvezza. Il contributo dell’autore consiste nel fornire chiavi di lettura e precisazioni che aiutano a collocare i titoli mariani nella loro giusta prospettiva teologica, valorizzando il dialogo e la crescita nella fede.

P. La Mendola si riferisce ad alcune voci polemiche, che si sono sentite, e cerca di spiegare, che La nota non definisce nuovi dogmi, ma orienta teologicamente l’uso di termini come “Corredentrice” e “Mediatrice”, suggerendo di preferire espressioni che evitino fraintendimenti e ribadendo che la cooperazione di Maria è unica ma subordinata a Cristo. I titoli non vengono aboliti, ma se ne sconsiglia l’uso liturgico e pastorale, promuovendo una riflessione più chiara e fedele alla tradizione della Chiesa.


A proposito della Nota dottrinale, emanata dal Dicastero per la Dottrina della Fede

Mater Populi fidelis

Alcune chiavi di lettura, precisazioni e un’introduzione alla lettura

Una premessa necessaria

Il 7 ottobre 2025 è stata firmata da papa Leone XIV la Mater Populi fidelisNota dottrinale su alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza, emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, e resa pubblica il 4 novembre scorso. 

La notizia, diffusa in tempo reale, ha suscitato reazioni diverse. È indubbiamente un segno di vitalità ecclesiale. Tutti abbiamo a cuore che il ruolo di Maria nella storia della salvezza non venga diminuito o messo in discussione. 

Si ha l’impressione, scorrendo alcune pagine sui social e leggendo i relativi commenti, che pochi hanno letto integralmente il testo della NotaPochissimi hanno studiato e riflettuto, seriamente e serenamente, senza prevenzioni o pregiudizi di sorta, che, in alcuni casi potrebbero sfiorare l’ideologia. 

Di fronte ad un documento del Magistero della Chiesa, non ci viene chiesto di disputare, perché non tutti abbiamo gli strumenti per farlo correttamente, rimanendo nei limiti di un dibattito scientifico, e perché non è sempre necessario farlo. Ma sicuramente ci viene chiesto di interrogarci, nella ricerca comune della Verità. Disputare senza aver compreso non è indice di onestà intellettuale. I primi a doverci illuminare su tale complesso argomento sono i mariologi. È però altrettanto lecito che anche chi non è addentro a questa disciplina possa fare le proprie considerazioni sul documento. Ma la differenza la fa il modo come ci si pone. Abbiamo le credenziali giuste per ergerci a suoi esaminatori, censori, giudici, o desideriamo comprenderne i contenuti? Soltanto dopo aver compreso e interiorizzato, possiamo proporre le nostre riflessioni e avviare un dibattito costruttivo, motivato dalla ricerca della Verità. 

Sono altrettanto convinto che nessuno può diminuire o aumentare il valore della funzione di Maria nella storia della salvezza, che ha la sua oggettiva validità e la sua efficacia, a prescindere dai ragionamenti umani. La Chiesa, maestra della Verità, vuole salvaguardare questa verità e trasmetterla agli uomini, come è suo compito. E in questo mandato, ricevuto da Cristo, è assistita dallo Spirito Santo e agisce con l’autorità di Cristo. Senza queste convinzioni ci si pone fuori dalla comunione ecclesiale. I battezzati non sono i giudici dell’insegnamento della Chiesa – loro Madre – ma figli – che ascoltano, vogliono comprendere e crescere nella conoscenza della fede e dei suoi singoli contenuti. La Chiesa è al servizio dell’uomo e della Verità. Ed è in questo orizzonte che agisce quando esercita il suo munus docendi.

Articolata in 80 numeri, la Nota consta di una Introduzione e quattro capitoli, dedicati ai titoli mariani: CorredentriceMediatriceMadre dei credentiMadre della grazia. Il titolo Mater Populi fidelis è tratto da sant’Agostino. 

L’argomento centrale è la corretta associazione di Maria all’opera salvifica di Cristo, alla luce del principio della “gerarchia delle verità”, indicato dal Concilio Vaticano II: al fine di «mantenere il necessario equilibrio che, all’interno dei misteri cristiani, deve stabilirsi tra l’unica mediazione di Cristo e la cooperazione di Maria all’opera della salvezza, e desidera mostrare anche come questa si esprime in diversi titoli mariani» (n. 3).

Il criterio circa la hierarchia veritatum — inserito nello schema de oecumenismo, divenuto poi decreto conciliare Unitatis redintegratio — venne dall’intervento di monsignor Andrea Pangrazio, vescovo di Gorizia-Gradisca, il 25 novembre 1963, dove egli distingueva: «Ci sono alcune verità che appartengono all’ordine di fine: per esempio il mistero della Santissima Trinità, dell’Incarnazione del Verbo e della Redenzione […]. Ci sono poi altre verità che riguardano l’ordine dei mezzi di salvezza, per esempio le verità circa il numero settenario dei sacramenti […]»2.

Il ruolo della Vergine Maria nell’economia della salvezza è stato sviluppato da Concilio ed è chiaro circa la sua funzione nell’ordine dei mezzi: «Ella cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia» (LG 61). 

Poste queste premesse, utili a chi si appresta alla lettura del testo, facciamo notare che la Nota presenta un elemento di novità: Maria presentata come “testimone privilegiato” dei fatti attestati dai Vangeli: «Fra questi testimoni oculari risalta Maria, protagonista diretta del concepimento, della nascita e dell’infanzia del Signore Gesù» (n. 7), della passione e della Pentecoste. Si tratta di un aspetto perlopiù trascurato dall’esegesi neotestamentaria, che finora ha esitato a riconoscere l’effettivo valore di Maria tra i testimoni più rilevanti della narrazione evangelica, in particolar modo lucana e che la riflessione teologica in oggetto evidenzia. 

Alcune precisazioni

Occorre chiarire alcuni aspetti, altrettanto propedeutici alla lettura del testo e utili a sgombrare il terreno da possibili equivoci.

  1. La Nota non è una definizione dogmatica ma una riflessione teologica che vuole esprimere un servizio alla fede del popolo di Dio. Non vieta, né definisce, ma orientaNon impone ma suggerisce una via prudenziale.
  2. La riflessione teologica proposta in essa non nega i titoli mariani menzionati ma li ricolloca nella loro corretta prospettiva teologica. Il contributo della Beata Vergine Maria all’opera della Redenzione, infatti, non può essere compreso nel suo senso autentico, se privato del suo legame con Cristo, unico Redentore e unico Mediatore della nuova ed eterna alleanza. Il documento non intende introdurre nuove definizioni, né negarne alcune,tra quelle già in uso. Non vi sono in esso divieti né nuovi sviluppi dottrinali, in merito alla verità rivelata. 
  3. La Nota non intende respingere, né proibire le espressioni della pietà dei fedeli – peraltro valorizzate in diversi passaggi del testo – ma riportarle al loro corretto valore teologico, affinché la figura e l’opera di Maria sia compresa integralmente, inserita nella storia della salvezza. Si corre infatti il rischio – da non sottovalutare – che la cooperazione della Beata Vergine Maria all’opera della Redenzione sia deformata da eccessi interpretativi e non compresa nel suo senso autentico, quando a prevalere non è la verità rivelata ma l’eccessivo “devozionalismo”, spesso di matrice sentimentale e poco fondato teologicamente.
  4. La riflessione indicata nel documento verte sul linguaggio mariano, sul suo significato e sul suo uso, oggi. E ribadisce, qualora non fosse chiaro, che esso deve sempre rimanere agganciato alla dimensione cristologica e trinitaria, orizzonti nei quali è inscritta la partecipazione di Maria alla Redenzione. Tutti i titoli che la pietà dei fedeli attribuisce alla Madre di Dio, infatti, devono essere in piena armonia con l’economia della salvezza e devono esprimere chiaramente la sua partecipazione al mistero di Cristo. Ella, da parte sua, vi ha aderito con il suo libero assenso e vi ha partecipato in modo singolare e personale. Questa è la sostanza. Il linguaggio è la forma che esprime questa verità, la quale non può essere affrontata in modo a sé stante, ma necessita di un approfondimento più ampio, proposto nella Nota in oggetto.
  5. Quanto esposto nella Nota non è definitivo e non chiude la questione, ma chiarificatore, segnando un passo nel dibattito teologico – che rimane aperto – sul ruolo e la partecipazione della Vergine al mistero della Redenzione. 
  6. La Nota non definisce “errato” l’uso che alcuni santi, autori spirituali, teologi e pontefici, hanno fatto del titolo di “corredentrice”, ma fa osservare che è stato usato senza essere spiegato, come nel caso di S. Giovanni Paolo II. Il Concilio vaticano II – fa notare il testo – evitò di impiegare il titolo di Corredentrice per ragioni dogmatiche, pastorali ed ecumeniche» (n. 18).
  7. .  La riflessione ben motivata invece verte sulla “inadeguatezza” che questo lemma può avere nel contesto attuale. Dunque, non viene emesso nessun giudizio dottrinale in merito, ma viene proposta una considerazione sulla validità del termine, in uso nel passato, dove la sua comprensione non era compromessa, ma non più adeguato nel contesto comunicativo odierno. Non si afferma che il termine sia falso ma si fa osservare che si può prestare a fraintendimenti.
  8. Il termine “corredentrice” infatti, nel linguaggio attuale, potrebbe indicare una doppia redenzione, o potrebbe lasciare intendere che l’Opera della Redenzione abbia due attori, e quindi far passare il messaggio – teologicamente errato – che Maria è stata co-autrice della Redenzione, insieme al Figlio. La Nota, citando sant’Agostino, san Bernardo e altri autori, propone in alternativa l’uso dei termini “cooperazione” e “collaborazione”, i quali esprimono chiaramente l’azione di Maria, unita a Cristo, quanto la sua subordinazione a Lui (n. 9) e sono altrettanto validi e utilizzati fin dall’antichità. Non si nega la partecipazione di Maria, la quale ha un fondamento esplicito nella Sacra Scrittura (n. 5), ma si vuole proteggere da fraintendimenti, custodendo il suo significato autentico.
  9. Sconsigliare l’uso di una parola non vuol dire negare la verità che finora ha espresso, ma trovare altre parole – più appropriate e più consone – per esprimere la stessa verità. Il testo riflette sulla “non opportunità” o “non convenienza” dell’uso di un termine. È noto che il linguaggio ha un’evoluzione e che una parola può essere utilizzata in modi diversi nel corso del tempo. La riflessione teologica indica che si può riformulare il modo in cui dire la verità in oggetto, non per diminuirne la portata, ma per renderne più intelligibile il significato autentico.
  10. Non si nega la “corredenzione” – ma si disciplina l’uso del termine, nella ricerca di un linguaggio più limpido, che non abbia bisogno di essere continuamente spiegato. La dottrina, dunque, resta invariata – e non potrebbe essere altrimenti – perché il Magistero della Chiesa non può contraddirsi.  

L’uso dei titoli di “Corredentrice” e “Mediatrice”  

Anche le parole possono diventare “fragili” e perdere, in parte, la forza di icasticità e di immediatezza che avevano nel passato. Il linguaggio umano è in continua evoluzione, come l’uomo. 

I due titoli nella tradizione cristiana nascono e vengono utilizzati per indicare la cooperazione della Beata Vergine Maria alla Redenzione. Il loro uso, se non esplicitato correttamente, può generare ambiguità. 

  1. “Corredentrice”, ad esempio, potrebbe lasciare intendere che Maria redima insieme con Cristo, poiché il “co” nel linguaggio corrente indica uguaglianza (vedi ad es. co-inquilinoco-parrococo-estensore, ecc..). Nel caso di Maria non c’è e non ci può essere uguaglianza con Cristo, ma partecipazione libera e consapevole alla sua missione salvifica. La Vergine Maria non può redimere, perché non è Dio, ma può partecipare alla Redenzione con la sua libera adesione e con la forza della sua carità, in quanto madre del Salvatore. Nessuno accetterebbe di definire la Vergine Maria “con-salvatrice”, perché il Salvatore è uno. Salvatore e Redentore non esprimono aspetti complementari della stessa verità? La posta in gioco è alta. 
    La Beata Vergine Maria è associata da Gesù alla sua missione, ed ella stessa, con libero assenso, si associa a Gesù, essendo “corredentrice” in senso partecipato e subordinato, mai in senso assoluto e/o come attrice (= colei che attua) della Redenzione. La sua azione importante e unica non deve oscurare o diminuire l’unicità del Redentore e del Mediatore, unico attore della Redenzione. La cooperazione di Maria è reale, ha un grande valore, ma non è indipendente. Ella, infatti, è “la prima redenta” beneficiando previamente, nella sua Immacolata Concezione della Redenzione, “in vista dei meriti di suo figlio”. Se ella è stata redenta, come potrebbe redimere? Per questi motivi – affermava l’allora cardinale Ratzinger – Il titolo di corredentrice può essere devoto, ma è teologicamente inappropriato, se non si premette la precisazione necessaria che Cristo è l’unico Redentore. 
    Da queste considerazioni è facile comprendere che, quando una parola per essere compresa, richieda continue spiegazioni e continue chiarificazioni, e non ha più la forza immediata di espressione che aveva in precedenza, non è più adeguata ad esprimere la verità che aveva espresso finora. Il suo uso, generico e devozionale, non contribuisce ad esaltare Maria e non esprime più immediatamente ciò che Ella fu ed è: la prima e la più grande collaboratrice dell’Opera della Redenzione del Figlio suo. 
  2. La stessa riflessione viene proposta per il titolo di “Mediatrice” che esprime la funzione di Maria nei confronti della Chiesa e del mondo, riferendosi alla sua intercessione materna. E per questo dotata di una singolare efficacia. Ella, infatti, non è la fonte della Grazia, ma lo strumento, il mezzo, il canale, l’acquedotto – per usare un’immagine cara alla tradizione orientale – attraverso cui la Grazia di Cristo giunge all’uomo. La Nota ribadisce che la sua mediazione materna “è tutta in Cristo e per Cristo”, e non può essere sganciata dal Figlio. È mediazione partecipata, e trae la sua efficacia dall’unica mediazione di Cristo, come recita uno dei prefazi mariani. Anche nella “mediazione” vi è subordinazione e partecipazione. La Vergine non può avere una funzione attiva, parallela a quella del Figlio, che è unica, come ribadisce la Sacra Scrittura, ma partecipata. Anche i fedeli cristiani, infatti in modo diverso, partecipano alla Redenzione del mondo, con la loro unione a Cristo, la preghiera e l’offerta di sé stessi. 

In conclusione

I due titoli non vengono “aboliti” ma ne viene sconsigliato l’uso liturgico e pastorale. La verità, finora espressa da queste due parole, è e resta una verità di fede, anche se non oggetto di un dogma, e può essere espressa, in modo più esplicito, comprensibile e teologicamente corretto, da altre parole, che non lascino intendere una grandezza autonoma di Maria ma che esprimano chiaramente la sua stretta collaborazione all’Opera del Figlio. Ella non è semplicemente posta accanto al Figlio, ma è in Lui, come la “prima redenta”, “la prima discepola”, “la prima collaboratrice” della sua missione salvifica. 

La conoscenza della Nota è un’occasione di arricchimento e un’opportunità per riflettere su un tema assolutamente caro a tutti i cristiani e specialmente a coloro che manifestano particolare devozione verso la Santa Madre di Dio e intendono glorificarla, come ha fatto e continua a fare la Chiesa, nella sua bimillenaria tradizione teologica, eucologica e iconografica.  

P. Vincenzo M. La Mendola C.Ss.R.