Ecologia e misticismo

0
189
KBCH / Pixabay.com

(si può trovare l’originale inglese completo nel Blog dell’Accademia Alfonsiana)

La vita spirituale è stata metaforicamente rappresentata attraverso due immagini: il pellegrinaggio e l’ascesa alla vetta della montagna, dove l’anima si unirà a Dio.[1] Sotto l’influenza di “malsani dualismi” che hanno lasciato “il segno in alcuni pensatori cristiani nel corso della storia” (LS 98), queste metafore sono state talvolta fraintese come un tentativo di fuga da un mondo disprezzato o insopportabile (fuga mundi). Dionigi l’Areopagita usò queste parole per descrivere il viaggio verso la visione mistica:

“Tu, o caro Timoteo, con il tuo persistente commercio con le visioni mistiche, abbandona sia le percezioni sensibili che gli sforzi intellettuali, e tutti gli oggetti dei sensi e dell’intelligenza, e tutte le cose che non sono e sono, e sii elevato inconsapevolmente all’unione, per quanto è possibile, con Colui che è al di sopra di ogni essenza e conoscenza. Poiché mediante l’estasi irresistibile e assoluta in ogni purezza, da te stesso e da tutto, sarai portato in alto, fino al raggio superessenziale dell’oscurità divina, quando avrai gettato via tutto e sarai libero da tutto”[2]

Abbiamo bisogno di sviluppare una spiritualità e una mistica che aprano nuovamente i nostri occhi, permettendoci di scoprire l’Invisibile nella vita di tutti i giorni e di sperimentare “l’intima connessione tra Dio e tutti gli esseri”. (LS 234). Infatti «c’è un significato mistico da trovare in una foglia, in un sentiero di montagna, in una goccia di rugiada, nel volto di un povero» (LS 233). Le creature ci aiutano a ascendere verso Dio e, in Lui, scopriamo la vera entità di tutto ciò che esiste. Inoltre, tutte le creature ci accompagnano “in un meraviglioso pellegrinaggio” verso Dio (LS 92). Pertanto «l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, ma piuttosto stimolare la nostra preoccupazione per coltivare questa» (GS 39).

Francesco d’Assisi, universalmente riconosciuto come modello di ecologia, «fu un mistico e un pellegrino» (LS 10). Infatti, «l’impegno per l’ecologia integrale non può essere sostenuto dalla sola dottrina, senza una spiritualità capace di ispirarci, senza uno slancio interiore (LS 216). Se non cambiamo le nostre menti e i nostri cuori, non possiamo cambiare il nostro mondo.

“Cos’è un cuore misericordioso? È un cuore infuocato per tutta la creazione, per l’umanità, per gli uccelli, per gli animali, per i demoni e per tutto ciò che esiste. Al loro ricordo gli occhi dell’uomo misericordioso sgorgano lacrime in abbondanza. A causa della misericordia forte e veemente che attanaglia il cuore di tale persona, e a causa di una così grande compassione, il cuore è umiliato e non si può sopportare di sentire o vedere alcuna ferita o lieve dolore in qualcuno della creazione.”[3]

Il mistico percepisce l’unione profonda di tutto ciò che esiste e ascolta le creature, che sono “piene di parole d’amore” (LS 225). Vive con amore «nelle cose ordinarie»,[4] percepisce il mondo come sacramento, specchio dell’invisibile, ed è così spinto a una contemplazione reverenziale. Per lui tutto è teofanico.

Una “mistica degli occhi aperti”[5] ci permette di ascoltare “il grido della terra e il grido dei poveri”. Questa mistica non consiste nell’imitare modelli idealizzati e lontani, ma nel crescere attraverso piccoli gesti (GE 16), trasformando tutta la nostra vita in missione.[6] Infatti, «un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani, che rompono con la logica della violenza, dello sfruttamento e dell’egoismo» (LS 230).

Martín Carbajo-Núñez, OFM